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domenica 14 marzo 2010 S. Matilde regina - Ultimo agg.: 14/03/2010 18:10
 
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ANNI ZERO/ Waters: la rivoluzione del ’68? Vademecum per liberarsene

giovedì 7 gennaio 2010

Nella cultura dei nostri giorni è pressoché impossibile esprimere critiche su qualche aspetto del modo di vivere moderno senza che si passi per oppositori totali di ciò che si mette in discussione. Per esempio, chi critica l’abuso di alcool viene immediatamente etichettato come astemio e, se si scopre che si fa un bicchiere la domenica, diventa istantaneamente un “ipocrita”. Non si tratta di un fatto accidentale, ma piuttosto del sintomo di una visione ideologica della libertà. Al centro di queste discussioni non viene messo l’alcool di per sé, ma l’idea che certi comportamenti ricadano in una particolare definizione di “libertà” e che, quindi, possano essere messi in discussione solo da chi sta cercando di ridurre o attaccare la libertà.

 

Non è permesso, cioè, essere contemporaneamente in favore della “libertà” e contro di essa: bisogna scegliere tra la libertà e qualcosa d’altro. Per capire cosa potrebbe essere questo ”qualcosa d’altro”, dobbiamo tornare a circa 55 anni fa per poter considerare in modo globale lo sviluppo della cultura moderna nelle sue varie dimensioni chiave. Forse l’elemento centrale in questa descrizione è l’emergere nella società moderna del rock ‘n’ roll, un evento che si fa concordemente risalire alla metà degli anni ’50 e che cominciò concretamente con Elvis. Elvis Presley spinse il mondo a svegliarsi alla libertà, al desiderio, al cambiamento, alla rivoluzione, alla vita. Elvis disse “Svegliatevi” e così pose fine al periodo postbellico contrassegnato da incertezza e stanchezza.

 

Sam Phillips, l’uomo che registrò le prime canzoni di Presley nei Sun Studio cinquantacinque anni fa, disse che fino a quando Elvis entrò dalla porta, non sapeva cosa stesse cercando, ma sapeva che si trattava di qualcosa di unico, del tutto nuovo, qualcosa che non si adattava a nulla né rifletteva nulla della vita di allora in America. Qualcosa che avrebbe reso tutto un po’ senza significato, qualcosa che avrebbe creato confusione, che non avrebbe permesso di continuare a sentirsi sicuri con le modalità abituali fino a quel momento. Elvis era già capitato in uno degli studio di Phillips qualche mese prima per pagare i suoi 4 dollari e registrare That’s When Your Heartache Begins e My Happiness come regalo per sua madre.

 

Nell’estate del 1954, invece, era lì per iniziare a registrare quelli che sarebbero diventati noti come i Memphis Records, un pugno di canzoni che avrebbero cambiato il mondo, al di là di ogni esagerazione o iperbole. Milkcow Blues Boogie, Good RockinTonight, You’re a Heartbreaker, Baby Let’s Play House, That’s All Right sono vitali oggi come il giorno in cui furono scritte. Queste canzoni erano, e rimangono, l’annuncio di quelle che sembravano le possibilità infinite della libertà personale: il manifesto di una nuova sensibilità che rifiutava di conformarsi alle costrizioni dell’autorità esistente, il rifiuto cioè dell’infallibilità dei vecchi da parte dei giovani. Ascoltandole, non si poteva, o non si può, evitare l’impressione che tutto potesse essere completamente diverso da come si diceva dovesse essere.

 

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COMMENTI
07/01/2010 - ripensando a quei tempi (Alessandra Monda)

L'articolo mi sollecita a ripensare alla mia esperienza in quei tempo. Avevo vent'anni nel sessantotto e la spinta libertaria era forte sopratutto nelle università. Tuttavia io non ho preso parte alla cosiddetta rivoluzione e per anni ho avvertito un senso di perdita, come se fosse accaduto qualcosa di importante lì dov'ero ed io ne ero fuori. Banalmente ne ero fuori perchè già insegnavo nella "vecchia scuola", avendo come colleghi di lavoro proprio quei mostri che la contestazione voleva abbattere. In verità lo scenario che avevo quotidianamente di fronte rendeva ragione delle accuse: spocchiosi e saccenti erano molti dei miei colleghi, ed io mi sentivo fuori posto. Poi ho visto le risposte istituzionali alla contestazione: modifica dell'esame di stato, organi collegiali nella scuola, sei politico all'università, immissioni in ruolo di massa. Il mio compianto amico Emanuele Riverso ebbe a dire: pagheremo tutti l'interruzione del processo di trasmissione culturale avvenuta a seguito del sessantto. Aveva proprio ragione ed ora che gli ex sessantottini vanno in pensione saranno sostituiti genenralmente da un popolo di incolti, da coloro che sono cresciuti in quegli anni, senza conoscere le ragioni di quegli anni, che ne hanno vissuto gli effetti entro uno scenario socio culturale estremamente complesso. Anch'io sono in età di pensionamento, vedo cosa mi seguirà e ho forti timori per questa generazione che seguirà, una generazione senza memoria e con poca cultura.