lunedì 30 novembre 2009
Come si può affrontare la perdita di senso che caratterizza l’esserci nel mondo in questi tempi, senza sforzarsi ogni giorno, a partire dal lavoro, dalla professione, di ritrovare un cammino di verità che illumini la vita? Le parole di don Julián Carrón mi invitano a rendere manifesto questo progetto che è e diviene sempre più motivo di resistenza, e motivo di resilienza dinanzi al torcersi della vita umana associata nel, e contro, il nulla della reificazione. La crisi economica mondiale non ha avvicinato l’umano all’essenza dell’essere. Ne era di già troppo lontano, dimentico del logos che lo aveva fondato alla luce nei primordi. La chiave di volta del mutamento è planetaria e risiede nell’avvento dispiegato della reificazione, non tanto del mercato quanto della sua assolutizzazione e della sua presenza totalitaria su tutto l’essere. È il paradigma filosofico neoclassico (irriflessivo e misconosciuto nella follia ideologica riduzionistica dagli stessi predicatori matematizzanti del nulla) a trionfare in ogni dove. La razionalità, per i predicatori del nulla glorificati dal successo economico e mediatico di una società pornografico-mercantile, è e deve essere la sola caratteristica dell’umana vita ed essa, per costoro, se non si dispiega nel paradigma costo-beneficio, non val la pena né di essere vissuta, né di essere venduta. Sì, perchè anche la vendita della vita è assunta come valore positivo nella reificazione. Si pensi all’acquisto della vita a ore dei giovani e dei lavoratori in genere e al disastro che ciò determina: come si può procreare nell’amore se l’incertezza non solo è frutto del dominio, ma deve essere accettata dai dominati come condizione migliore in assoluto dell’esserci nel mondo? Se la natalità scende non solo si è dinanzi a un valore positivo, per i dominatori, nell’ignoranza delle tendenze di lungo periodo della crescita, ma s’instaura in tal modo su scala di massa un paradigma egoistico che dovrebbe regolare e divenire prototipo della vita buona nella reificazione. Vita buona perché efficiente, vita buona perché economicamente produttiva e generatrice di successo individualistico. CONTINUA LA LETTURA DELL’ARTICOLO, CLICCA IL SIMBOLO >> QUI SOTTO
Come si può affrontare la perdita di senso che caratterizza l’esserci nel mondo in questi tempi, senza sforzarsi ogni giorno, a partire dal lavoro, dalla professione, di ritrovare un cammino di verità che illumini la vita? Le parole di don Julián Carrón mi invitano a rendere manifesto questo progetto che è e diviene sempre più motivo di resistenza, e motivo di resilienza dinanzi al torcersi della vita umana associata nel, e contro, il nulla della reificazione. La crisi economica mondiale non ha avvicinato l’umano all’essenza dell’essere. Ne era di già troppo lontano, dimentico del logos che lo aveva fondato alla luce nei primordi.
La chiave di volta del mutamento è planetaria e risiede nell’avvento dispiegato della reificazione, non tanto del mercato quanto della sua assolutizzazione e della sua presenza totalitaria su tutto l’essere. È il paradigma filosofico neoclassico (irriflessivo e misconosciuto nella follia ideologica riduzionistica dagli stessi predicatori matematizzanti del nulla) a trionfare in ogni dove.
La razionalità, per i predicatori del nulla glorificati dal successo economico e mediatico di una società pornografico-mercantile, è e deve essere la sola caratteristica dell’umana vita ed essa, per costoro, se non si dispiega nel paradigma costo-beneficio, non val la pena né di essere vissuta, né di essere venduta. Sì, perchè anche la vendita della vita è assunta come valore positivo nella reificazione. Si pensi all’acquisto della vita a ore dei giovani e dei lavoratori in genere e al disastro che ciò determina: come si può procreare nell’amore se l’incertezza non solo è frutto del dominio, ma deve essere accettata dai dominati come condizione migliore in assoluto dell’esserci nel mondo? Se la natalità scende non solo si è dinanzi a un valore positivo, per i dominatori, nell’ignoranza delle tendenze di lungo periodo della crescita, ma s’instaura in tal modo su scala di massa un paradigma egoistico che dovrebbe regolare e divenire prototipo della vita buona nella reificazione. Vita buona perché efficiente, vita buona perché economicamente produttiva e generatrice di successo individualistico.
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