venerdì 15 gennaio 2010
Tutti quelli che si occupano di protezione dell’ambiente - ed in particolare di “diritto o politiche ambientali” – sanno che c’è un paradosso alla base di tutti i tentativi di proteggere il nostro ecosistema. Il paradosso è questo. Il meccanismo che le società hanno da sempre escogitato per evitare che le persone tengano comportamenti sbagliati è obbligare chi causa un danno a risarcirlo. Quando questo danno non riguarda una persona ma una collettività allora, normalmente, al risarcimento si aggiunge, come deterrente, una pena. In ogni caso, il sistema più affidabile per evitare i comportamenti sbagliati è, generalmente, punire chi sbaglia o obbligarlo a risarcire i danni che ha causato. Il paradosso di cui parlavo è che tutto questo sistema non funziona più quando in ballo c’è l’ambiente. E la ragione sta nel fatto che entrambi questi sistemi - il risarcimento (civile) o la sanzione (penale) - hanno un punto in comune: intervengono dopo che il danno si è verificato. Di qui il paradosso: l’ambiente è un bene che una volta danneggiato non c’è risarcimento o sanzione in grado di ripristinarlo, neppure per equivalente. Quando arriva il diritto, nella protezione dell’ambiente, è sempre troppo tardi. Senza poi calcolare che in molti casi comminare una multa a chi sbaglia - poniamo ad esempio, una impresa che inquina - non vuol dire affatto indurre quell’imprenditore a smettere d’inquinare, ma semplicemente scaricare sul prezzo dei prodotti di quella impresa il costo della multa (è la sostanza del principio comunitario del “chi inquina paga” che costituisce la base fondamentale delle cosidette “pollution taxes”). La cosa, francamente, più inattesa per un giurista o un politico contemporanei è che l’ ipotesi più realista e ragionevole per risolvere oggi questo paradosso venga dall’insegnamento di Papa Benedetto XVI. E’ indubbio che questo Papa ha un attenzione del tutto particolare al tema dell’ambiente - da ultimo si veda il bellissimo discorso tenuto pochi giorni fa al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede -; ma la cosa ancor più interessante è il punto di vista dal quale affronta questo tema e per spiegarlo torniamo al paradosso da cui siamo partiti. Una volta alterato, un ecosistema o non si ripristina più ovvero, quando questo può accadere, richiede tempi lunghissimi e costi altissimi. Il punto, dunque, è come prevenire le violazioni e non come reprimerle. E questo vuol dire - sempre ma nel caso dell’ambiente in maniera specialissima - che l’obiettivo dev’essere quello (positivo) di trasmettere una ragione per cui valga la pena comportarsi in un certo modo e non solo quello (negativo) di minacciare una pena. E’ proprio su questo punto - indicare una ragione credibile che attivi la responsabilità dell’uomo per i suoi comportamenti - che l’Enciclica Caritas in Veritate propone una prospettiva estremamente convincente e realistica. «Se la natura, e per primo l'essere umano, vengono considerati come frutto del caso o del determinismo evolutivo, la consapevolezza della responsabilità si attenua nelle coscienze. Nella natura il credente riconosce il meraviglioso risultato dell'intervento creativo di Dio, che l'uomo può responsabilmente utilizzare per soddisfare i suoi legittimi bisogni - materiali e immateriali - nel rispetto degli intrinseci equilibri del creato stesso. Se tale visione viene meno, l'uomo finisce o per considerare la natura un tabù intoccabile o, al contrario, per abusarne» (48). PER CONTINUARE A LEGGERE L'ARTICOLO, CLICCA SUL SIMBOLO >> QUI SOTTO
Tutti quelli che si occupano di protezione dell’ambiente - ed in particolare di “diritto o politiche ambientali” – sanno che c’è un paradosso alla base di tutti i tentativi di proteggere il nostro ecosistema. Il paradosso è questo. Il meccanismo che le società hanno da sempre escogitato per evitare che le persone tengano comportamenti sbagliati è obbligare chi causa un danno a risarcirlo. Quando questo danno non riguarda una persona ma una collettività allora, normalmente, al risarcimento si aggiunge, come deterrente, una pena. In ogni caso, il sistema più affidabile per evitare i comportamenti sbagliati è, generalmente, punire chi sbaglia o obbligarlo a risarcire i danni che ha causato. Il paradosso di cui parlavo è che tutto questo sistema non funziona più quando in ballo c’è l’ambiente. E la ragione sta nel fatto che entrambi questi sistemi - il risarcimento (civile) o la sanzione (penale) - hanno un punto in comune: intervengono dopo che il danno si è verificato.
Di qui il paradosso: l’ambiente è un bene che una volta danneggiato non c’è risarcimento o sanzione in grado di ripristinarlo, neppure per equivalente. Quando arriva il diritto, nella protezione dell’ambiente, è sempre troppo tardi. Senza poi calcolare che in molti casi comminare una multa a chi sbaglia - poniamo ad esempio, una impresa che inquina - non vuol dire affatto indurre quell’imprenditore a smettere d’inquinare, ma semplicemente scaricare sul prezzo dei prodotti di quella impresa il costo della multa (è la sostanza del principio comunitario del “chi inquina paga” che costituisce la base fondamentale delle cosidette “pollution taxes”).
La cosa, francamente, più inattesa per un giurista o un politico contemporanei è che l’ ipotesi più realista e ragionevole per risolvere oggi questo paradosso venga dall’insegnamento di Papa Benedetto XVI. E’ indubbio che questo Papa ha un attenzione del tutto particolare al tema dell’ambiente - da ultimo si veda il bellissimo discorso tenuto pochi giorni fa al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede -; ma la cosa ancor più interessante è il punto di vista dal quale affronta questo tema e per spiegarlo torniamo al paradosso da cui siamo partiti. Una volta alterato, un ecosistema o non si ripristina più ovvero, quando questo può accadere, richiede tempi lunghissimi e costi altissimi.
Il punto, dunque, è come prevenire le violazioni e non come reprimerle. E questo vuol dire - sempre ma nel caso dell’ambiente in maniera specialissima - che l’obiettivo dev’essere quello (positivo) di trasmettere una ragione per cui valga la pena comportarsi in un certo modo e non solo quello (negativo) di minacciare una pena. E’ proprio su questo punto - indicare una ragione credibile che attivi la responsabilità dell’uomo per i suoi comportamenti - che l’Enciclica Caritas in Veritate propone una prospettiva estremamente convincente e realistica. «Se la natura, e per primo l'essere umano, vengono considerati come frutto del caso o del determinismo evolutivo, la consapevolezza della responsabilità si attenua nelle coscienze. Nella natura il credente riconosce il meraviglioso risultato dell'intervento creativo di Dio, che l'uomo può responsabilmente utilizzare per soddisfare i suoi legittimi bisogni - materiali e immateriali - nel rispetto degli intrinseci equilibri del creato stesso. Se tale visione viene meno, l'uomo finisce o per considerare la natura un tabù intoccabile o, al contrario, per abusarne» (48).
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non ricordo quale membro della Assemblea Costituente ( forse Giorgio la Pira ) aveva proposto il voto plurimo da attribuire agli elettori che hanno a carico minori,minorati psichici,e simili. Forse,per ora,è più attuabile il "quoziente familiare". Sono certo ( e risulta dagli atti della Assemblea Costituente ) che La Pira proponeva di iniziare la Costituzione con la invocazione a Dio ( come la Costituzione Americana ) per dare fondamento ai "diritti inviolabili ed ai doveri inderogabili ". Il problema è sempre quello messo in luce da Benedetto XVI: senza Dio non c'è etica. Senza etica non c'è vero ed efficace rispetto della natura e dell'ambiente. Con tristezza ricordo altresì che Benedetto Croce si fece beffe di la Pira e che i colleghi democristiani si affrettarono a dissuadere la Pira dal sostenere la sua proposta. Che miseria !
Anche l'amore per essere vero deve essere ragionevole. Invece forse l'ambientalismo come ideologia è un amore irrazionale, tanto è vero che al suo apice elimina l'uomo, cioè secondo l'ideologia ambientalista l'uomo è da eliminare perchè sarebbe il fattore negativo per la natura. Ma se l'amore non è ragionevole, cosa distingue l'uomo dagli animali e dalla natura? Questo amore sarebbe panteismo, non cristianesimo. Per questo secondo me il Papa punta tanto su un concetto grande di Ragione, perchè ha fiducia nelle possibilità che Dio ha dato all'uomo, che è a immagine di Dio, cioè non solo ha un cuore, ma anche una ragione (e una libertà).
Io so cosa non inquina me, credo nelle parole di Benedetto XVI!
Il giusto riconoscimento per l'impegno ambientalista della Chiesa e del Pontefice, non si può più basare sul razionalismo ma semmai sull'amore di ciascun credente per la vita che lo circonda. Ricondurre invece ogni ragionamento (sull'ambiente, sulla politica e sull'economia)ai principi astratti della "concezione chiara dell'uomo" rischia di trasformare il messaggio cristiano in una ideologia. Non sarà la razionalità greca, quella che Ratzinger pone alla base dell'essere umano, a spingere e motivare gli uomini di buona volontà ed i credenti ad un rapporto migliore con l'ambiente. Il nucleo del cristianesimo, ciò che lo rende più umano (ed ambientalista)di qualsiasi altra religione, è la pratica della reciprocità, pratica che anticipa i principi dell'entropia e gli assunti del secondo principio della termodinamica. Un equilibrio dinamico basato sulla trascendenza,in cui l'io si fonda sul noi, permette ai cristiani di non pensare se stessi come padroni del mondo. La ragione greca e la "chiara concezione dell'uomo", tanto invocata dal Papa, portano invece ad una concezione strumentale del mondo fisico circostante, in cui l'essere umano si trova costretto nella gabbia di una legge a lui esterna, emanata dall'alto senza connessione con il più profondo anelito umano: l'altro. Reciprocità e non razionalità, questa è la base del messaggio cristiano e questa è l'energia che potrà salvare il nostro pianeta. Con o senza il beneplacito del Papa. romano.calvo@libero.it
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