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lunedì 25 gennaio 2010
Bruno, insegnante di liceo a Milano, manca dalla sua Livorno da tempo. Depresso, in crisi con la fidanzata, rintronato dagli spinelli, viene raggiunto dalla sorella Valeria che gli chiede di tornare a casa dalla madre: malata da tempo, sta morendo. Bruno lo fa controvoglia: tutta la vita ha cercato di allontanarsi da quel rapporto. Anche in ospedale, Bruno vorrebbe scappare mentre la vede dormire. E il mattino dopo il primo contatto tra i due è ruvido, non conciliato, quasi forzato: come si può respingere la propria madre?
In parallelo, a questo punto, il film di Paolo Virzì inizia a riprendere i fili della storia di una famiglia scombiccherata e sempre sul punto di esplodere, attraversata da una fortissima carica affettiva, ma anche da altrettanta autodistruzione. Prima ancora, il film era partito con un notevole incipit in flashback: un concorso di bellezza, nell’estate 1971, vinto dalla mamma di Bruno e Valeria, Anna, sotto gli occhi furenti del gelosissimo marito.
Quel momento che poteva essere gioioso (ma quanta tensione negli occhi del piccolo Bruno di fronte alla madre concupita dal pubblico su di giri e disprezzata dal marito) è l’inizio di un percorso tortuoso di abbandoni, rotture, separazioni, tentativi di ricominciare. La madre, cacciata via di casa con i figli, si fa tentare dal miraggio del cinema, perderà i figli, li ristrapperà al padre…
Quei figli che Anna ama con tutte le sue forze, di un amore viscerale e senza giudizio, con l’illusione che una “cantatina” insieme possa aggiustare un momento di difficoltà, mentre i problemi della vita si affollano. E si accumulano gli amori sbagliati («mamma, tutti si innamoravano di te», le dice la figlia), incontri clandestini con un amante segreto e sorprendente, avventure sempre più imbarazzanti per i figli: soprattutto per Bruno che, ormai diventato adolescente, a un certo punto scapperà via da quella vita.
La prima cosa bella (dall’omonima canzone di Nicola Di Bari di inizio anni ‘70: una delle tante di una colonna sonora riccamente nostalgica) è uno dei migliori film di Virzì, che si rivelò come un nuovo folgorante autore di commedie negli anni ‘90 (l’esordio con La bella vita, il divertente ma amaro Ferie d’agosto, il compiuto “romanzo” di formazione Ovosodo), cui però negli anni successivi ha dato un seguito di film interessanti, ma sempre con qualcosa che manca.
Mai film non riusciti, bensì ricchi di spunti: ma Baci abbracci, lo sfortunato My name is Tanino, Caterina va in città, N – Io e Napoleone, Tutta la vita davanti lasciavano alla fine sempre l’impressione di qualcosa di non rifinito. O meglio, di storie in cui la sovrabbondanza di osservazioni su un’umanità confusionaria e vitale finivano per rendere confusa la narrazione stessa.
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