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FESTIVAL DEL CINEMA DI ROMA/ La manifestazione sta trovando la sua dimensione, e qualche spunto di vero interesse

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Quindi, sciogliamo velocemente la pratica premi, abbastanza corretti. Il Marc’Aurelio a Kill Me Please del regista belga Olias Barco incorona il film che ha riscosso fragorosi consensi di giornalisti e pubblico, con il suo umorismo macabro e scorretto. Fin troppo, e onestamente tanta allegria nera di fronte a una carneficina generale era difficile condividerla a cuor leggero. Anche se la dolce clinica dell’eutanasia che si trasforma in mattatoio alcune cose interessanti le dice, come, per esempio, che di fronte al rischio di essere massacrati da una banda di assaltatori, i morituri si aggrappano (quasi tutti) con forza alla vita. Ma onestamente il film, per quanto non lasci indifferenti, può disturbare: per stomaci forti, insomma (a parte i cinefili, che notoriamente sono onnivori e non hanno problemi digestivi).

Molto meglio il “secondo classificato” In a better world, forse la migliore pellicola del festival che ha vinto il Gran Premio della Giuria e anche il Premio del pubblico (superando appunto un altro film molto amato come Kill me Please). La danese Susanne Bier tocca temi importanti (c’è di mezzo un medico idealista, che spera in un mondo migliore ma vede cose orrende in Africa, ma si parla anche di dolore di ragazzi di fronte alle durezze della vita, di doveri familiari, di scelte) con una profondità che la caratterizza come una dei registi più sensibili del cinema contemporaneo. E con uno stile e un’abilità drammaturgica ormai riconoscibile. Infine, tra gli altri premi, giusto quello a Toni Servillo, protagonista di Una vita tranquilla di Claudio Cupellini: film interessante e ben fatto, sostenuto da quello che è ben più che solo il miglior attore italiano.

Pur in un’annata non ricchissima non sono mancate le altre “chicche”: per esempio la bellissima retrospettiva sullo Studio Ghibli, non solo con i film del suo fondatore e maestro Hayao Miyazaki (a breve nei cinema Porco rosso, del 1992 ma mai uscito da noi: con il protagonista che si chiama Marco Pagot, evidente omaggio ai fratelli italiani creatori di Calimero!) ma anche con nuove produzioni come Arrietty (per ora senza distribuzione in Italia), una favola su piccoli omini di 10 cm che lottano per sopravvivere e sfuggire agli uomini; e, come sempre, con personaggi indimenticabili e con messaggio di conciliazione tra le razze commovente e non banale.

Curiosa la presenza di alcuni prodotti televisivi superiori a molti film in programma: dal Carlos di Assayas (dimezzato rispetto a Cannes) a Le cose che restano di Tavarelli, che segue il solco del precedente La meglio gioventù, e soprattutto l’episodio pilota della serie Boardwalk Empire, firmato da Martin Scorsese che produrrà i successivi per il canale Hbo (da noi su Sky a gennaio), summa dei suoi gangster movie. Ottimi anche alcuni documentari, su tutti The Promise che ha portato Bruce Springsteen a contatto col pubblico romano (si racconta la genesi di uno dei suoi primi album) e Waiting for superman, radiografia impietosa della scuola pubblica americana.

 



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