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GABRIELE MUCCINO/ Oggi su, domani giù: ma perché i critici detestano il regista romano?

lunedì 15 febbraio 2010

Ma cos'ha fatto Gabriele Muccino ai critici, "laureati" o apprendisti, titolati o alle prime armi? Raramente un regista ha raccolto così tanto livore ingiustificato, tanto che - anche quando non si parla di lui ma di altri film e registi - “alla Muccino" è diventato un insulto. Il problema, pochi giorni fa, lo ha sollevato lo stesso regista romano, dichiarandosi stufo della critica italiana, e da tempo: «Ho molto poca considerazione per chi giudica un film in questo Paese» ha dichiarato, aggiungendo che stima molto più il pubblico e che nessun critico si è accorto, per esempio, della forte religiosità del film. A cominciare dalla scena in cui un personaggio (Adriano, interpretato da Giorgio Pasotti), porta letteralmente la Croce: probabilmente metafora della sua via Crucis personale.

Al di là dello sfogo, bisogna ammettere che raramente Muccino viene considerato in modo equanime. E dire che i suoi primi film furono vezzeggiati forse anche oltre i propri meriti: "Ecco fatto" e "Come te nessuno mai" rivelavano capacità di osservazione dell'universo giovanile (e non solo, se si pensa alla perfetta descrizione dei genitori ex sessantottini nel secondo film) e abilità tecnica, ma erano più superficiali nel rappresentare speranze e delusioni amorose di adolescenti e ragazzi di quanto si volesse ammettere. Ma quelIi erano piccoli film, che un critico non fa quasi mai fatica a difendere.

I problemi sono cominciati con "L'ultimo bacio", enorme successo a sorpresa del 2001 che consacrò il regista a star. Si sa che il successo diventa una maledizione per un autore, soprattutto se giovane. Muccino, che non era un Maestro neanche in erba e tutto sommato non ha mai dato mostra di ritenersi tale, divenne un bersaglio da colpire. Senza scendere più di tanto nel merito. I suoi film erano considerati troppo romani, modaioli, furbi. E quello che raccontava? Pochi avevano la pazienza di analizzarlo.

Oltre tutto, per essere un regista considerato “furbo” (ovvero, capace di raccontare al pubblico) era così poco astuto da replicare spazientito alla stampa. Peccato mortale che nessun regista dovrebbe fare. Si alienò, così, in fretta le residue simpatie. Intendiamoci: i suoi film possono legittimamente non piacere, e in effetti non ci convincono del tutto. Solo il suo "La ricerca della felicità", debuttò in America con Will Smith, ci sembra un film completamente riuscito. E il successivo film americano, "Sette anime", è una storia terribile. Anche "Ricordati di me", pur con molte intuizioni interessanti, era un quadro sovraeccitato dei guasti della famiglia e della società attuali.

 

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