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mercoledì 3 febbraio 2010
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Ma una vittoria della rinata Kathryn Bigelow - che sembrava essersi persa: non girava un film dal 2002 - su un gruppo di soldati Usa che rischia la pelle come artificieri in Iraq sarebbe davvero un bel colpo di scena. Pacifista, la Bigelow ha girato questo film due anni fa, mentre ancora George W. Bush (che detestava), era presidente. Ma ha avuto il coraggio di non accodarsi ai tanti “americani contro l’America” di quel periodo pre-Obama, realizzando un film teso, appassionante e commovente.
Dove uomini che rischiano la vita per nemici che vogliono fargli la pelle rischiano di perdere se stessi. Uomini che “la regista donna che gira come un maschio” (come veniva definita ai tempi dei suoi adrenalinici successi Point Break e Strange Days) guarda con compassione e simpatia.
Un piccolo (per gli standard americani) ma grande film sotto tutti i punti di vista, deriso senza ritegno da gran parte della stampa italiana alla Mostra di Venezia 2008 (dove chi scrive contribuì a fargli vincere un premio di una giuria collaterale: il premio La Navicella - Sergio Trasatti), dove passò addirittura un anno prima - caso rarissimo - dell’uscita americana. Una sua vittoria farebbe, forse, arrossire di vergogna tanti cinefili senza arte né parte, e qualche critico più o meno esperto, che presero una solenne topica.
Magari l'Oscar lo vincesse il signor Fredricksen! Speriamo che l'Academy, una volta tanto, abbandoni i sentieri del solito.
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