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mercoledì 9 giugno 2010
Il IX secolo è uno dei periodi più travagliati dell’Europa: quel che resta dell’Impero di Carlo Magno è conteso tra i figli di Ludovico il Pio, suo unico erede. Il nord del continente è continua preda delle invasioni di Vichinghi e Ungari. I saraceni spadroneggiano su gran parte del Mediterraneo saccheggiando, distruggendo e riducendo in schiavitù e, risalendo lungo il Tevere, mettono a ferro e fuoco anche Roma. L’Impero d’Oriente mostra il suo declino e la sua impotenza, le popolazioni si rifugiano presso i feudatari o i monasteri, alla ricerca di una difficile sicurezza.
Tratto da un romanzo di Donna Cross e ambientato nei primi anni di quel secolo, La Papessa vede come protagonista Johanna (l’attrice tedesca Johanna Wokalek), figlia di un prete britannico, che ha altri due maschi, Johannes e Matthias. Il padre è un violento che tiranneggia la famiglia, costringe la moglie a una vita da schiava e picchia la figlia che si dimostra desiderosa di imparare a leggere e scrivere.
A causa della morte del fratello maggiore, Johanna riesce a farsi ammettere col fratello minore nella scuola del monastero di Dorstadt. Lì viene accolta da Gerold, un gentiluomo della corte vescovile, di cui si innamora. Dopo una strage a opera dei pirati vichinghi, fugge, si spaccia per uomo ed entra come monaco benedettino nel monastero di Fulda, dove esercita le arti mediche.
La sua fama è tale che da Fulda Johanna/Johannes arriva direttamente a Roma, dove guarisce Papa Sergio e ne diventa medico personale. Alla morte di Sergio, a causa delle inimicizie tra i vescovi, viene proposta e acclamata papa dal popolo, che ignora la sua vera identità. Ma dato che ha ritrovato Gerold e ne è diventata l’amante, Johanna è incinta e non sa per quanto potrà continuare nell’inganno.
Costantemente oscillante tra il libello storico e il romanzo rosa, La Papessa è un film malriuscito su entrambi i fronti, a partire dalla scelta dell’attrice protagonista, cui non bastano certo un saio e i capelli corti per sembrare un uomo. Ciò nonostante, non c’è ecclesiastico (dai pingui e ottusi abati, ai perfidi vescovi romani) che abbia il minimo sospetto.
Girato probabilmente in economia, recuperando le scenografie e i costumi di qualche “peplum”, il lungo film (due ore e mezza lunghissime) vede anche John Goodman nel ruolo di Papa Sergio (che sembra il Nerone di Peter Ustinov in Quo Vadis e non si muove mai dalla sua camera da letto in stile tempio romano) e David Wenham (il Faramir de Il Signore degli Anelli) nella parte di Gerold.
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Mi domando quale film abbia visto il signor Beppe Musicco, dato che il film che ho visto giusto ieri sera non aveva che nel titolo e la trama altra analogia con quello qui commentato. Il film che ho visto ieri sera, intanto è durato 2 ore e non 2 ore e mezza, e non è vero che non passa più per la noia (ma questa è una mia discutibile opinione). Il Papa Sergio esce dalla sua camera eccome, proprio per presiedere il consiglio e per salvare Roma dall'imperatore Lotario, e non sembra affatto il Nerone di Peter Ustinov, anzi: fra tutti i prelati è quello che ci fa la meglio figura, quanto a bontà e lungimiranza. Questa critica mi sembra un po' pregiudiziale nei confronti di un film che non è certo un capolavoro di cinematografia, ma non è neanche una tale schifezza come afferma Musicco.
Veicolare messaggi e suggestioni per rivisitare il passato in nome di principi di moda nel presente è uno degli artifici narrativi di cui il cinema si rende spesso protagonista. Sintetizzando molto, si potrebbe dire.... http://ragionimaschili.blogspot.com/
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