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CANNES 2012/ Il trionfo di Amour in un festival deludente

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Il prodigio non si è ripetuto. Un anno fa il Festival di Cannes aveva toccato una delle sue vette recenti: tra il vincitore Terrence Malick, con The Tree of life, e altri film – premiati e non – come The Artist, Drive, Il ragazzo con la bicicletta, Miracolo a Le Havre, Polisse, This Must be The Place e, fuori concorso, Midnight in Paris (solo per citare i migliori), il festival francese aveva segnalato una proposta tanto variegata (perfino il ritorno del muto, con The artist!) quanto vivace. Dove anche autori di fama si mettevano in gioco, senza mai (o quasi) dimenticare di avere uno spettatore dall’altra parte dello schermo.

Ma i festival sono come le annate dei vini: non tutte sono dello stesso livello. E così, nella 65ma edizione appena compiuta, sono tornati a primeggiare i difetti di molte rassegne cinematografiche, quelli che fanno temere se non per il futuro del cinema almeno per quello cosiddetto “d’autore”. Non che i film di valore e talento mancassero: e la giuria guidata da Nanni Moretti, tutto sommato, ha consegnato agli archivi un palmarès accettabile. Con la prevedibilissima vittoria dell’austriaco Michael Haneke, ad appena tre anni dalla sua prima Palma d’oro con Il nastro bianco, per il suo nuovo film Amour. Un melodramma asciutto che ha commosso la critica e il pubblico, appoggiandosi oltre che sullo stile meno glaciale del solito del regista anche sulle interpretazioni di due giganti come Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva, e che non mancherà di far discutere quando uscirà in autunno in Italia per la sua scelta “d’amore” che porta alla morte. Non esattamente un film sull’eutanasia, non un film sull'eutanasia (altri film hanno toccato il tema in modo più diretto e anche meno umano (come il pessimo Mare dentro), ma su una generosità nell’accudire la persona amata che non tiene, che crolla di fronte alle circostanze dolorose. Anche se il rischio del ricatto emotivo, e di chi potrebbe farne una bandiera, c’è sempre. Sul resto dei premi, pur opinabili in un’annata con pochi film indimenticabili, si può comunque concordare in gran parte: fa piacere il secondo premio a Matteo Garrone, coraggioso dopo il successo di Gomorra di tentare con Reality strade molto diverse (come anche, fuori concorso, la buona prova del maestro Bernardo Bertolucci con il piccolo ma toccante Io e te); fa simpatia l’ennesima variazione sul tema di Ken Loach con i suoi perdenti in cerca di riscatto in The Angel’s Share; di forte impatto emotivo The Hunt del ritrovato danese Thomas Vinterberg che ha portato al premio l’attore Mad Mikkelsen; eccessivi invece i due premi, soprattutto per la sceneggiatura, per il fastidioso film rumeno Beyond the Hills di Cristian Mungiu (già vincitore a Cannes con il ben più profondo 4 mesi, tre settimane e due giorni).



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