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ESCLUSIVA/ Camolese: «Ho allenato una big: si chiama Torino»

Pubblicazione:venerdì 16 ottobre 2009

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ESCLUSIVA TORINO - Allenatore gentiluomo. Giancarlo Camolese, ai box dopo la sfortunata parentesi di Torino, si racconta con passione in questa intervista concessa in esclusiva a ilsussidiario.net. Considerato dagli addetti ai lavori come uno dei tecnici più preparati, l’allenatore torinese rilegge la sua carriera fatta di tante esperienze. Ha speso una vita nel mondo del calcio prima come giocatore di buon livello e poi come allenatore. Dal calcio ha avuto tanto, attraverso il calcio ha conosciuto anche don Aldo Rabino con il quale si impegna nel campo sociale. Mai una scenata isterica, mai al di sopra delle righe. Camolese può essere considerata una mosca bianca del calcio, basti pensare che non ha un procuratore, cosa piuttosto rara nell’ambiente. Il Toro gli è rimasto nel cuore, a freddo valuta l’epilogo della scorsa stagione con il rammarico della brutta immagine offerta nella sfida contro il Genoa. Un gentiluomo anche nel muovere alcune critiche velate alla società, rea dopo una salvezza di non aver investito a sufficienza per fare il salto di qualità necessario.

 

Lei è laureato in Scienze Motorie con il massimo dei voti, quanto è servita questa preparazione nella sua formazione da allenatore?

La preparazione mi è servita molto perché l’ho unita al fatto di aver praticato il gioco. La pratica unita alla teoria mi ha dato una maggiore completezza.

 

E’ importante per un allenatore aver giocato a calcio?

Credo possa influire, ma non penso sia determinante. Sono tutte esperienze in più che un allenatore può mettere nel suo bagaglio. Non è la stessa cosa entrare in uno spogliatoio senza aver mai vissuto le dinamiche di uno spogliatoio.

 

Quanto può influire nell’economia di una squadra l’apporto di un allenatore?

Il rendimento di un allenatore dipende da quanto la società lo lascia progettare, dipende da quanto la società fa progettare insieme. Un allenatore, come mi è capitato in alcune occasioni, che viene chiamato solo per gestire qualcosa valutato e costruito da altri, può mettere solo la sua competenza. Se un tecnico viene coinvolto in un progetto, allora può influire di più nell’economia della squadra.

 

Cosa spinge allora un allenatore ad accettare in corsa situazioni critiche e apparentemente senza via d’uscita?

In ognuno di noi c’è sempre l’idea di poter fare meglio, utilizzando le proprie metodologie, di chi ci ha preceduto. Questo può funzionare in proporzione al tempo che si ha davanti, al tempo necessario per instaurare con i giocatori un rapporto di condivisione di un progetto. In alcuni casi subentrare ha dei vantaggi perché ti permette di rientrare nel mondo del calcio.

 

C’è qualche squadra alla quale, date le condizioni generali, non avrebbe dovuto dire di sì?

Ho accettato tutto con grande entusiasmo, consapevole dei rischi che correvo. Spero possano essere esperienze di cui poter far tesoro in futuro.

 

A distanza di anni si ritrova pentito per il mancato passaggio alla corte di Lotito?

Era una situazione particolare. Posso dire di essere stato il primo nel mondo del calcio a conoscere il presidente Lotito. Le sue idee mi erano piaciute, ma purtroppo la squadra era già partita per il ritiro e il presidente mi disse che non se la sentiva di cambiare subito. Ci siamo incontrati più avanti, ma non si è concretizzato nulla. Non nascondo che avendo giocato nella Lazio, mi sarebbe piaciuto allenarla, ma del resto per trovare degli accordi bisogna essere in due.

 

Per il futuro?

Chi lo sa, mai dire mai.


Nell’ambiente calcistico si mormora che Camolese non ha mai allenato una big perché non ha un procuratore. Quanto ha pagato nella sua carriera questa coerenza?

Non c’è la controprova (ride, nda). Il mio biglietto da visita è la valutazione che danno i giocatori, non tanto quella dei procuratori. Credo di essere ancora giovane per avere altre opportunità di mostrare il mio lavoro. Una big, comunque, l’ho allenata: il Toro.

 

Torniamo indietro nel tempo, cosa è successo lo scorso anno al Torino?

Il Torino ha tutto per essere una grande squadra, ma purtroppo non ha fatto il salto di qualità: dopo una salvezza, è necessario fare degli ulteriori investimenti per fare il salto di qualità. La professionalità dei giocatori non basta per raggiungere gli obiettivi di una società.

 

Nella sua ultima parentesi granata cosa non ha funzionato?

L’anno scorso quando sono subentrato eravamo in zona retrocessione, alla fine siamo arrivati vicino alla salvezza. Mi spiace che nella gara con il Genoa, che poteva essere importante per noi, la squadra abbia perso la testa. Si deve anche comprendere, però, la tensione dei giocatori, soprattutto dei più giovani. Mi è spiaciuto aver trasmesso una brutta immagine, non consona alla storia del Torino e a quella degli stessi giocatori.


Lei e Franceschini avete avuto una storia quasi parallela: il difensore ai margini della squadra fino al suo arrivo, con lei ha fatto delle buone prestazioni ma non è stato confermato, come se lo spiega?

 


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