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Candido Cannavò: Grazie alla Provvidenza ho incontrato uomini che mi hanno reso la vita più bella e ricca

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Il quarto romanzo, pubblicato da Candido Cannavò, storico direttore della “Gazzetta dello Sport” dal 1983 al 2002, si intitola “Pretacci”. Con i due precedenti (escluso il primo romanzo-biografi a “Una vita in rosa”) “Libertà dietro le sbarre” ed “E li chiamano disabili” compone una trilogia.Tre figure femminili hanno segnato questi tre romanzi. Per il primo è stata Melodia, una ragazza della Nuova Guinea che fa un viaggio in Italia con il fidanzato. Vengono controllati e nella tasca del ragazzo trovano un sacchetto con 100 grammi di droga. Il ragazzo patteggia e riceve 5 anni. La ragazza davanti al giudice dice: “Signor presidente, io sono innocente, non sapevo niente. L’innocenza non si patteggia”. Il signor presidente gli dà 8 anni. Melodia è stata una ricchezza per il carcere. Dopo il carcere la disabilità. Simona è nata senza braccia ma ha realizzata una vita completa e felice grazie all’aiuto di due straordinari genitori. Lei danza ed è una pittrice. Il suo piede destro è una magia, i suoi quadri sono una meraviglia di contenuto e di umanità. Quando parla, parla della bellezza della vita. L’ultima è suor Rosetta. Napoli nel quartiere della Sanità. In questo quartiere Alex Zanotelli si batte per i diritti del quartiere. Quando sono andato via ho detto ad Alex: “Consentimi di lasciare qualcosa” e lui mi ha risposto che non ha mai toccato una lira ma che ci sarebbe suor Rosetta. Allora lascio un assegno e 2 settimane dopo suor Rosetta mi manda una lettera in cui mi ringrazia e mi fa una contabilità euro per euro dei 400 che avevo lasciato. Il totale della spesa è 451 euro. Lei aggiunge: non si preoccupi. I 51 in esubero li abbiamo procurati noi. Poi arrivano altri due fogli in cui suor Rosetta mi manda gli scontrini.

 

Come nasce “Pretacci”, terzo romanzo di un trittico?

 

In “Petracci” sono raccolte le avventure di sacerdoti che portano il Vangelo sui marciapiedi. Il libro è tutto affetto. Ma come nasca non lo so. È nato forse perché conoscevo qualcuno di loro, e poi grazie a lui ne conoscevo un altro e via dicendo. Il punto di partenza è stato don Gino Rigoldi, un grande prete che ha 8 centri di accoglienza a Milano, guidati dalla Provvidenza. In più è cappellano del carcere minorile Beccaria. Il carcere è sempre drammatico ma quello dei minori lo è ancor di più. Capita che tu ti senta un verme davanti ad un ragazzino di 14 anni, come è capitato a me, che veniva dalle fogne della Romania, con due occhi che ti raccontano tutta la sua storia, in carcere perché aveva rubato un paio di scarpe. Don Gino Rigoldi è lì da 35 anni, oltre a seguire i centri di accoglienza. Un giorno stava uscendo dal carcere, verso l’una, e un ragazzo lo rincorre: “Don Gino ti devo parlare”. Don Gino ha fretta: “Torno tra 2 ore, parliamo tra 2 ore”; e lui: “Tra due ore forse è troppo tardi”. Don Gino va via e quando torna il ragazzo si era ucciso. Il povero don Gino si porta dietro questo macigno per tutta la vita. Un’altra storia per capire questo prete. C’era un ragazzo croato di cui non si sapeva nulla e lo dovevano espellere. Don Gino si era affezionato, come si affeziona a tutti, e dice: “Lo adotto io”. Questo ragazzo croato è diventato suo figlio, Valentino Rigoldi. Si è anche sposato e don Gino ha detto: “Spero di diventare nonno”.

 

Ci sono 20 storie, una diversa dall’altra.

 

Sì, ma volevo fare un collegamento grazie al discorso dell’adozione. La storia di don Pino Puglisi a Palermo, quartiere Brancaccio, il prete ammazzato dalla mafia, con in corso il processo di beatificazione. Io mi chiedevo chi avesse preso tale eredità. Sono andato a Palermo e ho cercato questo prete. È un prete assolutamente normale che si chiama Mario Golesano. Ci siamo incontrati e mi ha portato a casa sua a mangiare. Siamo andati al quartiere Montelepre, una casa povera. Mentre entriamo si sente una voce: “È arrivato papà”. Era la voce di una ragazza che si chiama Rita. È la storia di una bambina adottata da don Mario quando aveva 5 anni. La bambina era una tetraplegica, senza l’uso delle braccia e delle gambe. È cresciuta con don Mario, è all’università ed è assistita con amore da lui e dalla sorella. Sono sacerdoti tutti accomunati dal Vangelo e dal fatto che tutti hanno citato don Milani.

 

Dov’è Cristo e dov’è il Vangelo?

 

Il Vangelo è stato vissuto sulle strade con i poveri e le prostitute e non sotto il fasto del tempio. Questa è l’ambientazione da cui è nato il libro.

 

Leggendo le storie appare evidente la lontananza dalla pomposità della Chiesa e loro stessi se ne rendono conto. Le 20 figure che emergono sono di elevata statura spirituale, morale ed esistenziale. Non hai mai percepito in loro un senso di smarrimento?

 

La vera grandezza di queste persone è la fedeltà alla Chiesa. Pur dissentendo da molte linee, nessuno di loro ha mai messo in discussione la fedeltà alla chiesa. È un diverbio che si sana nella fedeltà. Ma questa visione è a tutti i livelli. Nel libro c’è anche un vescovo: quello di Locri. È una grande persona della Chiesa che aveva creato, in quel luogo dominato dall’ndrangheda, una favola di vita e di lavoro. Lui, trentino, ripropone un esperimento che era stato fatto in una valle povera della sua regione di provenienza cioè quello coi piccoli frutti. Crea lavoro e aiuta 1.600 ragazzi strappati all’ndrangheta. La gente per strada diceva: “Se ci fossero 100 Bregantini i problemi della Calabria si risolverebbero”. Un altro caso di ingiustizia il caso di don Luigi Merla di Forcella, sacerdote che a 23 anni è stato costretto a togliere il disturbo perché dava fastidio alla camorra… Il coraggio è stato una caratteristica dei grandi padri e santi della Chiesa: il coraggio di don Milani o don Mazzolari. A Forcella Dio forse c’è ma la legge no. A Milano abbiamo un cardinale, Dionigi Tettamanzi, al quale ho scritto nella dedica del libro: “Al nostro cardinale, un po’ pretaccio anche lui”.

 

Con quale criterio hai scelto questi preti?

 

Non c’è un criterio. Le mie sono avventure. Io vado, incontro un sacerdote e la sua esperienza. Sono spesso loro che mi segnalano altri casi. Il libro è la storia di 21 preti, perché 2 lavorano in coppia. Ma ce ne sono molti altri. Per esempio i missionari di cui si parla solo se li uccidono o li rapiscono. A Parma c’è don Scaccaglia. Lui dice che Parma sta diventando razzista ed egoista. In una fabbrica ci sono 50 Rom e fanno paura alla gente. Il sindaco decide di cacciarli. Può essere giusto per la sicurezza, ma dove vanno? Vagavano per la città. Lui ha 3 chiese. Apre le porte della chiesa di Santa Cristina, in pieno centro, e li fa accampare nella chiesa, commentando: “Stanotte Cristo sarà meno solo”. Una provocazione. Poi la situazione è stata risolta. Non si possono cancellare le persone con una vernice magica. È un prete estremo.

 

Quale delle figure è la tua preferita?

 

Impossibile fare le graduatorie. Ce n’è uno che non c’è più: don Oreste Benzi, che mi ha lasciato un odore di santità.

 

Accanto a queste figure molti volontari e collaboratori…

 

L’Italia non è la cretineria televisiva della sera, questa gente che si parla addosso, queste volgarità dell’“Isola dei famosi” o del “Grande fratello” e di tutte queste porcate che ci fanno vergognare di essere uomini. È anche l’Italia del volontariato, della buona volontà e attraverso questi viaggi, prima coi disabili e poi questo, ho scoperto di aprire il cuore alla speranza. Grazie a Dio c’è questa Italia.

 

Dietro alle figure c’è un po’ di amarezza in te, quasi un riso amaro?

 

No. Tutto avrei immaginato alla mia età che innamorarmi dei preti. Sono uno che si innamora: ho degli affetti nel carcere, tra i disabili. Sono tutti nel mio cellulare e nel cuore. Con questi preti è lo stesso. Hanno arricchito la mia vita nel senso vero. Ho avuto la mia carriera, la partenza dalla Sicilia con tanti problemi, la guerra… A 70 anni puoi dire che te la puoi godere. Ma la ricchezza è venuta dopo. Devo ringraziare la Provvidenza che mi ha dato questa parte della vita. Per quanto fosse prestigiosa e importante la vita che ho trascorso prima, a me pare questa la più bella e la più ricca.

 

È il sapore di verità la chiave di successo dei tuoi libri?

 

Sì, ma c’è anche il gusto del racconto e dello scavare per trovare storie e scoprire al di là della facciata. Io vorrei che un certo piacere fosse assaporato da chi legge. Faccio queste cose con piacere.

 

A cura di Mauro Toninelli La Voce del Popolo di Brescia, 20 febbraio 2009



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