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REPORTAGE CICLISMO/ 2. Liberalizzare il doping? Ma siamo matti!

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L’anello debole

 

Qual’è l’anello debole di questo gioco. Non sono di sicuro i team manager. Bjarne Riis era un dopato, e gestisce una squadra. Perché nessuno interdice ai dopati di restare nello sport? Se tanto diciamo che vogliamo aiutare lo sport a ripulirsi, perché le mele marce son quelle che vincevano da corridore, e poi da direttore sportivo? Lo stesso discorso si può fare per Giannetti. I Direttori sportivi non la pagano mai. Eppure il doping è pratica, tradizione, consuetudine: gli atleti vengono fatti girare per le squadre anche per essere sicuri di non restare indietro rispetto agli avversari. Non parliamo dei medici di squadra: loro non c’entrano mai nulla! L’anello debole sono i corridori: «Tu hai la fama, quindi se ti beccano sono tutti fatti tuoi», ma colpevoli sono tutti. Sino a quando non vorremo perseguire anche i medici e le squadre per il doping dei loro atleti?

 

Liberalizzare!

 

Quindi liberi tutti! Ma siamo matti? Reni che esplodono, trombosi nel sonno, notti in compagnia di cardiofrequenzimetri, sveglie e cyclette per tenere fluido il sangue? È questo che vogliamo? Nessuna società potrebbe volere questo per alcuni suoi membri. La maggioranza sensata ha il diritto di imporre delle regole ai pochi dissennati: uno sport senza antidoping non ha senso, gli atleti pur di vincere farebbero pazzie. Torneremmo veramente al Colosseo, con i tifosi, in cerca di emozioni, a incitare le bestie.

 

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