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Calcio e altri Sport

REPORTAGE CICLISMO/ 2. Liberalizzare il doping? Ma siamo matti!

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Allora, cosa fare?

C’è un’idea per cui la prestazione sportiva dev’essere pura. È un’idea perdente, falsa, ideologica. Lo sport non è più puro di tutte le altre attività umane. Invece di lottare per preservare la prestazione puramente umana, non alterata, ci si dovrebbe concentrare su altro. Monitorare alcuni valori, i più importanti per la salute di un atleta, smettere di cercare tracce infinitesimali d’ogni sostanza che altera la prestazione (di cui per il 95% c’è un coprente, e di cui c’è già un equivalente non ancora rintracciabile all’antidoping). Alla luce delle scoperte scientifiche, senza aspettare dei test iper-precisi che danno il 100% del nesso di causalità necessario per l’antidoping, individuare alcuni parametri da rispettare, e quando non vengono rispettati sospendere il corridore fino a che non rientra nella normalità (1 mese se serve un mese; 3 mesi se servono 3; e farlo subito, non aspettando dei mesi per fare l’annuncio nel momento più propizio: a partire dal controllo si ha una settimana per fare le controanalisi e sospendere il corridore, non di più).

 

Ma sarebbe la fine dello sport!

 

Sì: smettere di ricercare la prestazione perfetta, non alterata, pura, sarebbe la fine dello sport, sarebbe la fine dello sport idiota di DeCoubertin, dello sport-religione-atea, dello sport sacro, scevro da ogni contaminazione, della competizione pura dell’Uomo contro l’Uomo, a parità di mezzi, senza barare. Sarebbe la fine di quello sport, che in fondo è finito da un pezzo. Anzi, non c’è mai stato. Sono solo alcuni giornalisti e alcuni procuratori che ci credono ancora; o meglio, che non vogliono capire che lo sport, lo show-business dello sport, non è meglio di ogni altro lavoro, e che il ciclismo non è peggio degli altri sport, come certe persone non sono peggio di altre. Il punto è che di questa illusione sportiva c’è bisogno, perché siamo in una società pagana. È pagana per due ragioni: in questo mondo secolare sogniamo una zona franca dagli interessi e crediamo che lo sport sia questa zona franca, dove ci si batta alla pari in nome della pura competizione contro il record. E siamo in una società pagana anche per una seconda ragione: gli interessi non sono solo i soldi, è anche la fama. Siamo disposti a tutto per avere fama, per essere qualcuno, anche se dentro un ufficio con dentro 6 persone. Tutto il resto, i perdenti, non esistono. D’altra parte se studenti e manager si fanno di cocaina per entrare nei PhD più prestigiosi o per reggere lo stress, siamo sicuri che il problema sia solo del ciclismo?