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RICORDO/ L’Italia di Bearzot e Pertini che sbeffeggiò i giornali

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Ma nel mondiale del 1982 c'era stato molto di più in quanto a veleni e calunnie. soprattutto in quel girone eliminatorio. Ne tritacarne della "cronaca" fatta di "completezza e oggettività" finirono due giocatori italiani accusati di omosessualità. Poi c'era il gioco della nazionale, difensivo e insufficiente. Quindi si arrivò alle consuete incursioni nel "mistero" sparate da "La Repubblica", con le partite comprate o concordate con i camerunensi per un pareggio improbabile. Peccato in queste ore, mentre l'Italia celebra il "suo Bearzot", non andare a riprendere e neppure citare quelle pagine che rivelavano un segreto che nessuno è mai riuscito a svelare e che non è mai esistito.


Ma è noto che gli italiani tengono a rimuovere la loro memoria e quei veleni oggi sono del tutto trascurati, in omaggio alla grande ipocrisia nazionale. Alla fine, per chi invece ricorda bene quelle giornate, il tutto aumenta la grandezza di Enzo Bearzot, che giocò contro tutto e contro tutti, soprattutto contro la stampa e i suoi "sottili pensatori". Più o meno come ha fatto Marcello Lippi in Germania nel 2006, quando giravano i dossier dell'Espresso su Calciopoli e persino il presidente dell'Uefa si rifiutò di consegnarci la coppa vinta.


Ci sono due considerazioni da fare in merito al campionato del mondo del 1982. La prima riguarda la figura stessa di Enzo Bearzot, la seconda è sul risentimento politico di una parte dell' Italia e della stampa italiana nei confronti di un nuovo corso politico che aveva sconfitto il terrorismo e stava rilanciando l'immagine dell'Italia nel mondo. Il commissario tecnico era tutt'altro che uno sprovveduto o un fortunato macrochiappico. Aveva una grande cultura generale e una grande cultura calcistica, così come quella del suo maestro Rocco.

 

Sul campo metteva una competenza tecnica e umana che rivelavano un uomo di saldi principi cristiani che fino all'ultimo ha mantenuto. Era certamente un italianista, che si "copriva", come si dice in gergo. Ma percorreva una evoluzione graduale del gioco. Manteneva il "libero", secondo scuola italiana, ma lo voleva con i piedi "buoni" da centrocampista. I "poeti" volevano un gioco più offensivo e spregiudicato. Il grande Gianni Brera invece l'apprezzava e lo invitava a non "ascoltare le sirene della scuola napoletana, soprattutto quella giornalistica".

 


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