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93 GIRO D’ITALIA/ Basso il Giro è tuo, cronaca dei giorni chiave del trionfo

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Da questo punto parte la rincorsa alla Rosa di Ivan Basso. Il giorno dopo L’Aquila, nella tappa di Porto Recanati, l’orgoglio dei feriti muove all’attacco Garzelli e Scarponi in uno strappetto dell’entroterra marchigiano. Pozzato, Nibali, Vinokourov, Basso, tutti i migliori inscenano un attacco in una tappa insignificante. Pozzato si impone, e la rincorsa ha inizio. Il giorno dopo, nella tappa di Cesenatico, i grandi stanno più tranquilli, e il velocista Belletti, di Gatteo a Mare, va all’attacco da lontano e poi regola con consumata freddezza il gruppetto dei fuggitivi. Piange, profeta in patria, e dedica la vittoria a Pantani, che lo mosse al ciclismo. Poi il Monte Grappa, nella cui discesa Nibali attacca, stacca tutti, e vince solo a braccia alzate. Poi lo Zoncolan, di cui già si è detto, e quindi la scalata a cronometro di Plan de Corones, con Evans che si riavvicina a Basso e Arroyo che tiene bene, in testa alla classifica generale... e con Garzelli che, mulinando vorticosamente un rapportino nella parte più dura della cronoscalata, va a vincere a 37 anni una tappa prestigiosissima.
 
 
La tappa di Pejo è una formalità, anche se il finale puntava all’insù (vittoria del francese Monier); quella di Brescia una buona occasione per i velocisti di sfidarsi, e per Greipel, finalmente, di vincere a braccia alzate. E poi finalmente, venerdì scorso, il gran momento. Basso (e tutti noi appassionati) aveva sull’agenda un cerchietto rosso attorno alla giornata dell’Aprica. Era quella la tappa dove era possibile fare male agli altri corridori: lo sapeva, del resto è un classico del Giro. L’Aprica, il Santa Cristina, il Mortirolo e poi ancora l’Aprica. Il Mortirolo è il valico che è nella testa di ogni ciclista: l’attraversamento di Mazzo, una prima rampa, qualche metro per rifiatare e poi via, in tornanti discontinui, in muretti e strappi mai uguali, in pendenze ingovernabili.
 
 
 
 
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