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93 GIRO D’ITALIA/ Basso il Giro è tuo, cronaca dei giorni chiave del trionfo

Pubblicazione:lunedì 31 maggio 2010

basso_ivan_R375_29mag10.jpg (Foto)

Dentro il bosco, di colpo all’aperto. Pendenze asfissianti sotto le ruote ed un pensiero fisso: “sopravvivere”. A Basso riesce l’esercizio, manda in crisi tutti, rallenta per restare con Nibali e Scarponi, sa che la discesa sarà lunga e che quei due gli faranno comodo. Dietro Arroyo perde, ma non va al tappeto. Poi, in discesa, piove, e Basso è lento. Arroyo dietro vola, con Vinokourov e Evans si butta a capofitto e ad Edolo, quando la strada ricomincia a salire, si ritrova a soli 40” da Basso. “Tutto da rifare”, pensano i tifosi non avvezzi, perché di spazio per far male ce n’è ancora tanto: infatti, in quelle dolci rampe che conducono all’Aprica, va in scena un’aria sopraffina: Basso dà trenate ancora vigorose, e dietro Arroyo, stravolto dal Mortirolo, non sa dove prendere più delle energie.
 
 
 
È il tracollo, la gente urla a lato strada, Basso vola, lo spagnolo è piantato. Basso ha la Rosa, e la porterà in bella vista sui monti verso il Passo del Tonale, dove lo svizzero Tschopp si imporrà con una bella fuga da lontano, e sulle stradine tortuose di Verona, dove la passerella finale lo porta al suo secondo Giro, dopo quello del 2006, conquistato – anche quello, sull’Aprica.
 
Non bastasse tutto questo, questo Giro si farà ricordare per tante ragioni. Innanzitutto per la gente. Dalla prima all’ultima tappa c’è stata un’ondata di persone a incitare i ciclisti. Alla faccia di quei giornalisti moralisti che infangano questo sport. Si è partiti con i colori e con la folla olandese: Amsterdam; i suoi canali; una moltitudine di persone assiepate lungo la strada. I tradizionalisti storcevano il naso per questa partenza all’estero, ma Amsterdam, Utrecht e Middelburg si sono mostrate più piene di gente e tricolori di una qualsivoglia provincia italiana agghindata per ricorrenze risorgimentali. Si è finito ieri a Verona con una crono corsa tra due ali di gente, e con l’Arena in festa a salutare i corridori (tra i quali Simoni, che lascia il ciclismo con una tappa conclusa in camicia e cravattina, 2 giri vinti e altri 6 podi).
 
L’altra cosa che ha colpito è stata la presenza massiccia di stranieri agguerriti: Zomegnan persegue – pure troppo, per quanto ci riguarda – una politica di inviti che favorisca la partecipazione di stranieri. Gli italiani erano una cinquantina su 200: mancavano soprattutto la ISD e la Flaminia, squadre che in un Giro come questo ci sarebbe piaciuto vedere, ma ormai anche il ciclismo è globalizzato, e non è più affar solo di belgi, italiani e francesi. Dobbiamo rendercene conto. Del resto la prima Rosa è stata di Wiggins, l’ex stella della pista britannica, capitano del nuovo super-team (molto danaroso) della Sky di Murdoch. Poi, ad Utrecht, la Maglia Rosa è passata al campione del mondo, l’australiano Cadel Evans, mentre Farrar, velocista americano della Garmin, s’imponeva con una bella e lunga progressione. Poi saliva sugli scudi l’Astana di Vinokourov (Kazakistan) coi suoi attacchi lungo le dighe in Zelanda nel mare del Nord (vittoria del belga Weylandt). Poi la vittoria di Pineau (e il terzo posto di Arashiro, primo giapponese a far bene al Giro – fa anche rima) e la vittoria commossa di Lloyd.La clamorosa tappa nel fango di Montalcino vinta da Evans, e poi le vittorie di Sorensen, Goss e Farrar, Petrov, Greipel e Larrson.
 
Di questo Giro, però, resterà soprattutto lo spirito battagliero che i corridori hanno messo in ogni tappa: «ogni giorno si corre una classica» hanno detto in più d’uno in questi giorni. Le tappe sono state tutte bellissime, tiratissime, non ce n’è stata una banale: a memoria, non ricordo un Giro così forsennatamente competitivo. Forse quello del 1994, ma potrei sbagliarmi. Di questa follia agonistica sono stati protagonisti di sicuro il kazako Vinokourov e il campione del mondo Cadel Evans, che a Middelburg, a Montalcino e a Cava de’ Tirreni si sono sfidati apertamente come fossero nel finale d’una Liegi-Bastogne-Liegi. Impressionante e memorabile la tappa di Montalcino, dove c’erano in programma 20 km di sterrato, ma in cui pioveva, e in cui le strade da “bianche” diventarono “marroni”; la caduta di Scarponi, che a modi bowling abbatte Nibali e Basso, e davanti Cunego, Evans e Vinokourov che inscenavano una battaglia sublime. E che dire della reazione post-fuga bidone a Porto Recanati, del planare di Nibali su Asolo e del martellare di Basso sullo Zoncolan – il suo sguardo stanco e determinato sullo Zoncolan è un manifesto del ciclismo –? Come descrivere il volo di Garzelli a Plan de Corones e gli scatti di Scarponi  e di Evans sull’Aprica e sul Tonale? Tappe che hanno emozionato e che ci hanno sempre fatto vedere facce stanchissime di pugili che, nonostante fossero alla decima ripresa, continuavano a fare di tutto per darsele.
Tra questi solo Basso è sembrato avere qualche energia in più, e la Maglia Rosa finale è ultra meritata. Arroyo, con una grande prestazione sulle Alpi, ha legittimato il suo secondo posto. Il terzo della generale è Nibali, che ha corso in appoggio a Basso e che ha fatto vedere di essere ormai pronto a vincere un grande giro. Scarponi, splendido in montagna, ed Evans, sempre all’attacco, sempre sui pedali, sempre orgoglioso di mostrare la sua maglia iridata di campione del mondo, chiudono al 4° e 5° posto della generale. Ad Evans va anche la Maglia Rossa della classifica a punti, mentre Lloyd vince la Maglia Verde dei gran premi della montagna. La Maglia Bianca di miglior giovane va invece a Porte. Ora ci saranno le vacanze; speriamo di vedere Basso ed Evans con la stessa forma e la stessa grinta al Tour: se così sarà, con Schlek e Contador sarà spettacolo.

 

(Gigi Crema)



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