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ESCLUSIVA NAZIONALE/ Il post Mondiale: puntare sui giovani, ecco il modello Brescia

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Non resta che insistere su una capacità di progettazione. Non si può definire con altri termini il percorso che ha portato il Brescia a essere tra le prime quattro squadre d’Italia del campionato Primavera. Molti di questi ragazzi, ricercati in sede di mercato da più club di B, fanno già parte delle rispettive nazionali. Stiamo parlando del Brescia, ma lo stesso si potrebbe dire anche per altre realtà (vedi l’Empoli) che stanno puntando molto sul settore giovanile.

 

Qualcuno, però, individua il problema contingente del calcio nostrano con l’alta presenza di stranieri negli organici delle giovanili. Da questo punto di vista Mantovani e i suoi collaboratori nel recente passato hanno visto dei bravi bresciani fare strada insieme e nonostante la presenza dei vari Savio (ha fatto cinque anni nel settore giovanile prima di arrivare in prima squadra), Hamsik o Mareco, per citare alcuni nomi: «Non mi risulta che, ad esempio, vi siano ragazzi di Brescia scartati dal Brescia che poi sono esplosi da altre parti». In sintesi, i giocatori che meritano trovano sempre e comunque il giusto spazio. Per sfatare il tabù stranieri si potrebbe scorrere la rosa della Germania ai Mondiali per vedere che i naturalizzati determinano la fortuna della squadra nazionale: Ozil e Podolski sono, forse, meno tedeschi degli altri? Sono due giocatori che sono stati cresciuti da ragazzini, ma spesso succede che nei grandi club questi vengano messi da parte per far posto ai big. «Non si può ridurre – spiega Mantovani – la questione al numero di stranieri, anche perché quelli che in questi anni hanno saputo crescere più giocatori italiani sono gli stessi che hanno un Direttore sportivo capace di lavorare a 360°. Il Brescia ha lanciato un giocatore come Paghera, che quest’anno ha messo insieme una quindicina di presenze in prima squadra. Sono necessari, questo sì, allenatori giusti, strutture ad hoc e uno staff in grado di lavorare bene fuori dal campo. Non bisogna, infatti, dimenticare che siamo in presenza di ragazzi che di fatto svolgono – senza esserlo – una vita da professionisti: al mattino vanno a scuola, possono accusare problematiche legate all’età, non hanno un contratto e altro ancora. A quell’età l’aspetto dell’assistenza fuori dal campo diventa fondamentale». Occorre, quindi, il giusto mix (giovani sia italiani che stranieri), ma le società con una buona organizzazione sanno muoversi in questa direzione. Come direbbero i nostri avi chi non semina, non può pensare di raccogliere.

 

(Luciano Zanardini)



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