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CALCIOMERCATO INTER/ La cessione di Pazzini, ultimo atto della presidenza Garrone

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Pazzini (a dx) con Palombo, Cassano e Garrone (Foto Ansa)  Pazzini (a dx) con Palombo, Cassano e Garrone (Foto Ansa)

Alcuni osservatori, eccedendo forse in malizia, fissano in un congetturale malumore di Garrone verso il suo ex plenipotenziario le reali ragioni dell’improvvisa partenza di Pazzini: se la scorsa estate il patron aveva detto «alla Juve nemmeno per cento milioni», man mano che la società bianconera – difatti protagonista di un affannoso quanto inutile rilancio in extremis – si profilava come la sola pretendente, l’idea di confutarsi pareva insopportabile. Così l’irruzione dell’Inter è parso il modo migliore di perfezionare comunque una buona operazione di mercato, negando al tempo stesso il giocatore alla società bianconera.

 

Pazzini, tra l’altro, l’estate scorsa era stato indicato tra i protagonisti di una civile ma ostinata “battaglia del grano”, che aveva visto i protagonisti del quarto posto rivendicare adeguamenti retributivi fermamente negati dalla società. Lo stesso presidente, in base all’esperienza di industriale, aveva esplicitamente giudicato inaccettabile quella che purtroppo nel calcio è una prassi consolidata, con i calciatori pronti a battere cassa nei giorni di sole, salvo rinserrarsi nelle tutele contrattuali in caso di fiacco rendimento. Giusta e condivisibile nelle premesse culturali, la questione di principio posta da Garrone (l’osservanza bilaterale dei contratti di lavoro secondo un equilibrio di diritti e doveri) si scontra con la realtà: quanto sia unanime e compatto nell’etica il fronte presidenziale, infatti, è plasticamente emerso nelle more del procedimento disciplinare chiesto dallo stesso patron doriano a carico di Cassano.

 

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