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Calcio e altri Sport

L’ANALISI/ La Sampdoria di Garrone: creazione e distruzione di una società modello

STEFANO RISSETTO giornalista ed esperto delle vicende di casa Doria analizza le cause del fallimento della presidente Garrone: tanti errori che stanno trascinando la squadra verso la B

Garrone sconsolato in tribuna (Foto Ansa)Garrone sconsolato in tribuna (Foto Ansa)

Come il soffitto chiodato di un racconto neogotico, lento e inarrestabile si abbassa sulla Sampdoria il verdetto di una retrocessione a lenta combustione, incominciata proprio nel momento di massima gloria, il 9 maggio dello scorso anno a Palermo, quando al 91’ l’attaccante rosanero Igor Budan colpì di testa a lato. Quell’errore consegnava ai blucerchiati il quarto posto, sciaguratamente reputato un capolinea anziché il presupposto di una rincorsa a gloria ulteriore. Di là dall’effimera euforia del momento, infatti, una società occhiutamente attenta al pareggio di bilancio come quella di Riccardo Garrone avrebbe classificato la qualificazione Champions nel novero dell’inaccaduto: ignorate le richieste premiali dei giocatori di talento, come le esigenze di riattrezzarsi in vista dell’arduo cimento europeo. Al playoff che la opponeva al Werder Brema, la Sampdoria si presentò senza acquisti e con un tecnico sì emergente come Di Carlo, provvisto però nel medagliere di una sola duplice salvezza nel Chievo. L’inevitabile eliminazione avvenne con modi avventurosi (gol decisivo al 92’ della gara di ritorno), tali da rendere giustificabile quella cautela dirigenziale che, a gioco lungo, ha portato la Sampdoria sul ciglio della serie B.

E dire che Garrone, nove anni fa, aveva raccolto la società blucerchiata in condizioni critiche – terzultima in B, a rischio fallimento per il diritto civile – per risollevarla rapidamente alle soglie di livelli raggiunti soltanto da Paolo Mantovani. In otto anni di A, un quarto, un quinto e un sesto posto, più una finale e una semifinale di Coppa Italia. Il perfetto risanamento finanziario e tecnico del primo biennio di presidenza, però, si è rapidamente incarnito sul crinale di una visione drasticamente economicistica, che ha dissuaso Garrone dal programmare la crescita tecnica: alle esigenze di bilancio sono stati via via sacrificati Diana, Pisano, Quagliarella, Maggio e Campagnaro fino a Pazzini e Marilungo; quanto a Cassano, la lite ottobrina con il presidente ha solo accelerato i tempi di un congedo che la dirigenza aveva giudicato inevitabile in ragione del peso del contratto dell’attuale milanista.