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GIRO D'ITALIA/ Stagi: Weylandt come Alboreto, incontro al destino facendo ciò che desiderava

Pubblicazione:martedì 10 maggio 2011 - Ultimo aggiornamento:venerdì 11 novembre 2011, 14.25

La giovane moglie di Wouter Weylandt La giovane moglie di Wouter Weylandt

"La morte di un ragazzo di 26 anni è una tragedia per tutti non solo per lo sport. Ventisei anni è un’età in cui umanamente è inaccettabile pensare di dover morire. Si fa fatica a comprendere il senso di una tragedia del genere”. E' con queste parole che Pier Augusto Stagi, giornalista esperto di ciclismo e collaboratore delle più grandi testate nazionali descrive a IlSussidiario.net la morte del belga Wouter Weylandt, proprio a pochi chilometri dal traguardo di Rapallo, durante la tappa del Giro d'Italia 2011. Le immagini dell'incidente e di quei quaranta minuti di tentativi di strapparlo alla morte hanno fermato l'Italia davanti ai televisori o con l'orecchio incollato alla radio. Aprendo tanti e drammatici interrogativi

Stagi, che domanda pone allora la morte di uno sportivo?

Ci lascia sgomenti e attoniti. Sorge sì una domanda, visto che è una morte accaduta per uno sport, per un divertimento, per un qualcosa che per questo ragazzo era passione pura. Weylandt sognava di diventare un grande campione, era un ragazzo che era passato professionista nel 2005, a soli 19 anni, non aveva vinto moltissimo ma stava cominciando a vincere. Aveva vinto undici gare e una tappa del Giro d’Italia proprio l’anno scorso, e quasi esattamente un anno dopo muore. Questi, come Weylandt, come tanti altri, sono ragazzi che hanno passione, che hanno amore per quel che fanno, nel pieno della loro salute. E’ davvero difficile accettare una morte come questa. Ma è anche vero che diventa accettabile nel momento in cui realizzi che è stata una fatalità: era destino, doveva succedere, non bisogna prendersela con nessuno.

Lei dunque non incolpa la pericolosità di certi percorsi del Giro, come le discese in cui è morto Weylandt?

Ma no. Purtroppo lo sport, certi sport, sono estremi. E’ la stessa cosa con la discesa libera di sci, è la stessa cosa in Formula Uno, è la stessa cosa nell’alpinismo. Si può morire durante una ferrata. Io sono un giornalista di 49 anni, ma quando ne avevo 19 sognavo di diventare un campione di ciclismo. Discese come quella di oggi ne ho fatte e avevo paura. Ma le facevo perché quella era la mia vita. Cito le parole del padre di Michele Alboreto: “E’ morto facendo quello che desiderava fare”.

Il ciclismo è tutt’ora uno degli sport più amati dagli italiani, con una storia fatta di epicità e di sacrificio: è ancora così oggi?


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