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GIRO D'ITALIA/ Stagi: Weylandt come Alboreto, incontro al destino facendo ciò che desiderava

La giovane moglie di Wouter Weylandt La giovane moglie di Wouter Weylandt

 

Assolutamente sì. Il richiamo primordiale è sempre uguale, quello del misurarsi e di andare oltre, di scalare la montagna. Perché lo sport è comunque una parabola della vita con tutte le sue contraddizioni. Nasci, sei bambino, poi cresci, ti sposi, cerchi un buon lavoro, cerchi continuamente di migliorarti. Nello sport è uguale con la differenza che una carriera sportiva dura otto, dieci anni e in quegli anni metti tutto te stesso. Lo sport vuol dire cercare di migliorarsi continuamente, certo facendolo in modo leale e corretto.

 

Il Giro d'Italia andrà avanti, lei è d’accordo che lo spettacolo debba continuare?

E’ stata lasciata assoluta libertà per la tappa di oggi ai ciclisti. Decidono loro cosa fare: se deve essere corsa sarà corsa, altrimenti sarà un lungo e doloroso cammino verso il traguardo. Ma io credo che il Giro debba continuare. Non sono un cinico, ma non sono neanche uno che fa retorica gratuita. Nessuno, in ogni cosa che facciamo, ci punta la pistola alla testa, siamo liberi di scegliere. Quando io ho perso i miei genitori ho scelto se starmene a casa con il mio dolore o tornare a lavorare. Avere cioè una reazione che vuol dire onorare i tuoi morti, lenire il tuo dolore. Vai a lavorare e magari lavori così e così perché dentro stai soffrendo, ma hai intorno gente che ti sostiene. I compagni di lavoro e quelli della squadra di ciclismo: è una comunità che ti sta attorno e ti sostiene. Fermarsi è sciocco. Se un compagno di squadra sente troppo dolore si ferma, un altro invece correrà. Io non vado ai funerali a guardare chi c’è. Ci sono persone che non vanno ai funerali e stanno a casa e onorano i defunti con più senso religioso e appartenenza di chi va in chiesa a firmare un registro e fare presenza.



(A cura di Paolo Vites)

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