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DIMISSIONI FABIO CAPELLO/ Vittima dei tabloid e di un gruppo fragile

Pubblicazione:giovedì 9 febbraio 2012

Fabio Capello (Infophoto) Fabio Capello (Infophoto)

Lui, dall'alto dei suoi trascorsi, era indiscutibile. E guai a metterglisi contro, giocatore o società che fosse. Ed ebbe ragione, sempre, perché sempre vinse. A Roma, dove Sensi lo assunse per riportare lo scudetto nella capitale, fu il primo allenatore italiano a conquistare il tricolore con i giallorossi. E fu il primo, e forse l'unico, a saper gestire un ragazzo come Antonio Cassano, quello vero, delle cassanate, che al confronto quello di oggi sembra Padre Pio. Vinse anche a Torino, a prescindere da cupoloni vari. Li seppe lanciare nell'orbita dei calciatori fenomenali un tipetto mica male come Zlatan Ibrahimovic, non il tipico chierichetto insomma. E si scontrò, spuntandola, con Del Piero, che fu costretto a masticare panchine amare. Dopo Calciopoli, vinse anche a Madrid, sbattendo in panca gente del calibro di Ronaldo, Beckham e Cassano di nuovo. Insomma, era un uomo che non si faceva travolgere, da niente e da nessuno.
Ma cosi, purtroppo, non è successo in Inghilterra. I vari scandali da tabloid hanno travolto la sua selezione in pieno, tanto da, per esempio, privarlo di un giocatore a lui utile come Bridge, o obbligarlo a revocare una prima volta la fascia al suo capitano, Terry, per una storia di corna. Non è riuscito a tenere tutto sotto controllo, forse perché i media inglesi sono troppo per chiunque (ricordate "why always me?" Balotelli). Stavolta non gli è bastato presentarsi in conferenza stampa col suo mascellone a rispondere duro a chi lo criticava; la sua giustificata arroganza, in confronto a cui quella di Mourinho è una minestrina, non è stata sufficiente a far calmare le onde della Manica. Anche perché stavolta è successa una cosa più grave: la FA ha revocato la fascia di capitano a Terry, ancora, per gli insulti razzisti che rivolse a Ferdinand. Capello si è opposto, ritenendo ingiusta una decisione che, per altro, era arrivata prima che la corte di Londra emettesse una sentenza definitiva, e soprattutto era arrivata senza che lui fosse stato preso in considerazione. Troppo, per chi era abituato a dettare legge. E alla fine, colpo di scena, si è dimesso.


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