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POLITICA & SPORT/ Torniamo a pedalare dietro a Bartali e Churchill

Mario Monti (Infophoto) Mario Monti (Infophoto)

Bartali, dal 1943, coprì decine di volte i duecento chilometri da Firenze sino a San Quirico in Assisi, dove consegnava a suor Alfonsina e suor Eleonora i documenti e le foto tessere che, occultati lungo il tragitto nel telaio della bicicletta, permisero a centinaia di ebrei di oltrepassare la linea Gustav, verso l’Italia già liberata dal nazifascismo.

Con “quel naso triste come una salita” e “quegli occhi allegri da Italiano in gita” - così lo dipinse Paolo Conte nella canzone intitolata al campione - Bartali fu protagonista di un’altra pagina di storia italiana: il 14 luglio 1948 Palmiro Togliatti fu colpito da tre colpi di pistola dei quattro esplosi da Antonio Pallante, appostato all’uscita di Montecitorio. Rompendo il divieto del Ministro degli Interni Scelba, grandi folle d’Italiani si riversarono nelle piazze per manifestare: agli incidenti di Roma seguirono morti a Napoli, Livorno e Genova, uno fra le forze di polizia e quattro tra i manifestanti.

Intanto, in Francia, i ciclisti della trentacinquesima edizione del Tour si riposavano, aspettando la tappa del giorno successivo: le Alpi della Cannes-Briançon. Il “Ginettaccio” Bartali, seguito da una squadra mediocre, veniva da tre vittorie nelle dodici tappe disputate. Si racconta di una telefonata partita dall’Italia proprio per il campione: dall’altra parte del telefono, a tenere il filo, ci sarebbero stati De Gasperi e Andreotti, per incitarlo a realizzare l’impresa in terra straniera e rasserenare gli animi in Italia, dove i disordini per l’attentato a Togliatti stavano degenerando in una guerra civile.

A Milano da ore regnava ormai il disordine e piazza Duomo era una bomba innescata, ma quando alle cinque del pomeriggio giunse la notizia che il “Ginettaccio” stava scalando le Alpi recuperando i venti minuti di distacco dal francese Louison Bobet, tutti i colori della politica italiana si cominciarono a riunire nel tricolore.