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EUROPA LEAGUE/ Il paradosso di una coppa per "falliti": si tornerà mai al mito di Atlantide?

Pubblicazione:venerdì 8 marzo 2013 - Ultimo aggiornamento:venerdì 8 marzo 2013, 13.49

L'Atletico Madrid festeggia la vittoria dell'ultima Europa League (Infophoto) L'Atletico Madrid festeggia la vittoria dell'ultima Europa League (Infophoto)

L'Europa League è un paradosso. Pensateci: l'Inter ieri sera ha perso 3-0 a White Hart Lane compromettendo la qualificazione ai quarti di finale. Una sconfitta che ci può stare (magari non nel punteggio) tenendo conto dello scarso stato di forma dei nerazzurri e soprattutto di una squadra, quella inglese, in un momento di condizione straordinaria, difficilissima da affrontare in casa sua e con individualità tra le migliori in Europa (Bale e Lennon su tutti). Eppure, il tonfo della banda Stramaccioni ha fatto molto più rumore di un altro 0-3, quello che il Napoli aveva incassato al San Paolo contro il modesto Viktoria Plzen, che per inciso ha perso in casa contro il Fenerbahce giusto una mezza giornata fa. Com'è possibile? Semplice: la scorsa estate Walter Mazzarri e Aurelio De Laurentiis avevano intonato a chiare lettere il loro mantra. "L'Europa League sarà una palestra per giovani e seconde linee, puntiamo al campionato". E' bastata questa affermazione per chiarire il concetto: se il Napoli va male nel Vecchio Continente non bisogna stupirsi: è stato detto, è una politica societaria. Che, anzi, è stata quasi lodata perchè poi in serie A i partenopei hanno mantenuto fede alle promesse, pur con qualche punto di troppo lasciato per strada. La povera Inter invece, che sull'Europa aveva detto di investire energie e speranze, è stata oggetto di dita puntate e feroci critiche anche quando ha aperto pareggiando in casa contro il Rubin Kazan. Potere della comunicazione, ma il punto focale della questione è che questa manifestazione, da quando si è fusa con la Coppa delle Coppe (1999), ha perso appeal ed viene considerata come un torneo di serie B, una sorta di rifugio per chi ha fallito l'assalto alla Champions League. Pensateci: chi non arriva nelle prime posizioni in campionato gioca l'Europa League, chi viene eliminato dalla coppa dalle grandi orecchie va a giocare in Europa League. C'è già una sorta di aria da retrocessione insita nella formula e nelle modalità di qualificazione. Un tempo non era così: se vincevi in patria andavi a giocare la Coppa del Campioni, e siccome il campionato poteva vincerlo solo una squadra la Coppa UEFA era comunque un vanto. Oggi in Champions League ci sono due, tre, anche quattro squadre per Paese: logico che chi non riesca ad entrarvi consideri in sè e per sè una sconfitta il fatto di disputare l'altro torneo, quello "minore". Poi succede qualcosa di interessante: si arriva ai quarti di finale (o anche agli ottavi), si guarda il tabellone e si dice: "Però, che belle sfide". E si celebrano squadre come l'Atletico Madrid di Simeone, o si fanno follie per i calciatori dell'Athletic Bilbao che raggiungono la finale a suon di grandi prestazioni. Solo tra marzo e aprile però: prima è quasi una noia per chi guarda, e un fastidio per chi gioca. In Italia soprattutto: emblematico fu il caso dell'Empoli, che raggiunse una storica qualificazione in Coppa UEFA, brindò fino all'eccesso e quando si trovò a esordire in Europa fece giocare le riserve perchè "l'obiettivo principale è la salvezza". Allora, non dobbiamo stupirci se a fare strada sono squadre come il Metalist Kharkiv, o se il Dnipro Dnipropetrovsk batte squadroni come Napoli e PSV Eindhoven. Lungi da noi giudicare le strategie di una società: 


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