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AMERICA’S CUP/ Se il destino di un velista passa anche da una bombola e un catamarano

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La morte di una persona, però, ha la facoltà di fermare tutto il mondo e far emergere gravi interrogativi sulla direzione che ha preso la società.

Cosa siamo disposti a perdere per il progresso tecnologico?

Quanto il corpo umano può sopportare?

L’uomo per cosa è stato creato?

Siamo in grado di gestire le nostre creazioni?

Potranno le nostre creazioni aiutarci ad utilizzare le nostre creazioni?

Ha senso tutto ciò?

Già in questa edizione della Coppa America sono comparse mute, caschetti, protezioni varie e, davvero sorprendente, bombole d’ossigeno, che ogni velista, compreso Andrew, ha in dotazione per poter sopravvivere sott’acqua il tempo sufficiente (stimato in circa 20 minuti) per i soccorsi. Purtroppo, dopo 10 minuti di permanenza sott’acqua, Andrew non ce l’ha fatta.

Non si sa se fosse cosciente, se avesse avuto la possibilità di attivare la bombola, se la bombola non si è attivata. Purtroppo la tecnologia della sicurezza è sempre un passo indietro agli oggetti che creano queste situazioni pericolose.

Si spera di inventare soluzioni che possano permettere all’uomo di resistere in condizioni ambientali sempre più proibitive, ricordando però, che l’errore, l’imprevisto, il caso, è sempre in agguato e purtroppo, ci vede benissimo. Sperando che, alla fine, ci sia un motivo per cui facciamo tutto ciò e non, come dice Charlie Holloway alla sua creature David, in Prometeus, che creiamo soltanto perché ne siamo capaci.

 

(Carlo Augusto Pasquinucci)



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