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Pagelle / Wimbledon 2013, i voti ai protagonisti del torneo dello Slam

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 La semifinale non l'ha praticamente giocata, ma si può accontentare: entra nelle prime 15 al mondo, lei che poteva anche non giocare più per una trombosi al polpaccio che l'aveva fatta sprofondare fuori dalle 250 del ranking. Da inizio anno gioca bene, e qui ha centrato il grande risultato: la vittoria in rimonta contro Petra Kvitova resta la perla di un torneo che faticherà a dimenticare per il resto della sua vita. Adesso viene il difficile: le altre sanno cosa può fare, e la aspetteranno al varco.

 Ammettiamolo: dopo la finale dello scorso anno, ci immaginavamo che, eliminata Serena Williams, potesse arrivare fino in fondo e alzare il piatto. Anche perchè aveva dimostrato di saper esserci mentalmente, vincendo partite complicate contro Pironkova e Na Li. Invece, in semifinale ha smarrito la via: Sabine Lisicki era in stato di grazia e va bene, ma nel terzo set la polacca ha avuto le occasioni per vincere e non le ha sfruttate, limitandosi ad aspettare gli errori dell'avversaria. Peccato, ma conferma che con il suo gioco può vincere gli Slam. Non sempre, tuttavia, le capiterà un tabellone aperto come quest'anno.

 Qualcuno potrebbe dire che merita l'insufficienza per la clamorosa eliminazione agli ottavi, e invece no: perchè Serena è campionessa anche quando perde. Non si può rimanere sulla breccia per sempre, non si può a quasi 32 anni pensare di essere sempre al 100% nella forma fisica. La prima a riconoscerlo è lei, che dopo essere stata battuta dalla Lisicki le ha concesso senza problemi l'onore delle armi, affermando che "mi ricorda me stessa, quando provavo a rientrare un paio di anni fa; quella sensazione la conosco bene, ma non la provo da un po'". Ecco tutto: la tedesca ha avuto più fame, e fine della storia. Siccome Serena è Serena, agli US Open sarà ancora la favorita. Ogni tanto, può capitare lo svarione.

 Ormai è una certezza: questa americana del 1993, da tutti designata come la nuova Williams, vale le prime 10 al mondo. Oggi è al numero 16, ma mira decisamente più in alto e il suo torneo sta lì a dimostrarlo: certo non ha eliminato teste di serie, ma ha fatto vedere di poter dominare una partita come di avere già la forza mentale per risalire la corrente quando le cose si mettono male (in particolare contro la Cetkovska). Nei quarti di finale ha pagato l'emozione, forse l'interruzione per pioggia sul 40-40 del game decisivo e una mancanza di concretezza e decisività; ma sfonderà.

 A conti fatti, con questo tabellone si poteva anche andare in finale. La nuova speranza del tennis britannico al femminile ha fatto emozionare tutti quando al terzo turno ha ripreso per i capelli una partita impossibile (contro Marina Erakovic) e ha vinto; agli ottavi non ha sfruttato il game di servizio per chiudere il primo set, e Kaia Kanepi che ha una certa esperienza in più se l'è mangiata. Nessuna fretta: ha appena 19 anni, nel 2008 a soli 14 ha vinto Wimbledon juniores, è una predestinata. Oggi è nella Top 30 per la prima volta in carriera, domani la aspettiamo nelle dieci, ma bisognerà lasciarle il tempo di lavorare con calma, senza la pressione e i paragoni con Virgina Wade che lasciano decisamente il tempo che trovano. 

 Aveva centrato almeno le semifinali in ogni torneo giocato nel 2013 (a parte Roma, ma si era ritirata): arrivata a Wimbledon, è inciampata sulla portoghese Larcher De Brito dopo aver sofferto le pene dell'inferno contro la Mladenovic. Ormai i Championships sono una maledizione: li ha vinti a 17 anni, poi ha raccolto una delusione dopo l'altra tra finali perse (2011) ed eliminazioni precoci (lo scorso anno). Ritrova la seconda posizione mondiale, ma è una consolazione decisamente magra; agli US Open, che non vince dal 2006, si dovrà riscattare.

 Il simbolo è Eugenie Bouchard, classe '94 e campionessa uscente di Wimbledon juniores, che ha raggiunto il terzo turno eliminando Ana Ivanovic; ma ci sono anche Monica Puig, Michelle Larcher De Brito, Garbine Muguruza che ha centrato il secondo turno pur con una caviglia in disordine (si è operata appena dopo il torneo), Kristina Mladenovic che ha messo paura alla Sharapova. C'è vita al di sotto delle tre dominatrici del circuito: a questi livelli sappiamo però che emergere può essere facile, confermarsi in classifica un po' meno. A oggi la più pronta, e non solo per classifica, sembra essere la Stephens; il tempo ci dirà se abbiamo avuto ragione.

 Al netto della delusione di Sara Errani (5) la cui avversità all'erba non giustifica un'eliminazione al primo turno, le altre hanno fatto bene (Roberta Vinci, 6,5: gli ottavi di finale erano l'obiettivo minimo, contro Na Li c'era poco da fare) o benissimo, partendo da Camila Giorgi (7) che sembra avere una certa affinità con l'erba, passando per Karin Knapp (7,5) che ha centrato gli ottavi di finale in maniera inaspettata ed eliminando una testa di serie come Lucie Safarova, e arrivando a Flavia Pennetta (8) rientrata ufficialmente nelle 100 dopo un torneo strepitoso, nel quale le è mancata solo la spinta in più per superare anche la Flipkens. Il tennis italiano in rosa sta bene, insomma: adesso aspettiamo la crescita delle altre, come Alice Matteucci e Nastassja Burnett.

Hanno vinto, anzi dominato, il torneo juniores. Uno è la nostra speranza per il futuro: un mancino che adora Nadal ma gioca più vicino a Murray, e che alza il trofeo senza aver perso un set. Si allena in Argentina, passa spesso dagli Stati Uniti, è di Porto San Giorgio e ne va fiero: un italiano non vinceva questo titolo dal 1987 (con Diego Nargiso). La Bencic è una predestinata: svizzera del 1997 (cioè più giovane di quasi tutte le sue avversarie), vince i Championships dopo aver già sbancato il Roland Garros, a dispetto di un fisico che può sembrare minuto spinge a tutto braccio, ha già una forza mentale non indifferente ed è la grande promessa elvetica del domani. Menzioni anche per Kyle Edmund (che ha giocato anche nel torneo principale), Taylor Townsend, finalista nel 2013 dopo aver vinto il doppio l'anno scorso, e Ana Konjuh (del dicembre 1997), fermata in semifinale come a Parigi dopo aver vinto gli Australian Open. (Claudio Franceschini)

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