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Us Open 2013/ Video, trionfo di Nadal: battuto Djokovic in 4 set, è il tredicesimo Slam

Pubblicazione:lunedì 9 settembre 2013 - Ultimo aggiornamento:martedì 10 settembre 2013, 10.37

Rafa Nadal sdraiato sul cemento dell'Arthur Ashe Stadium (Infophoto) Rafa Nadal sdraiato sul cemento dell'Arthur Ashe Stadium (Infophoto)

US OPEN 2013, TRIONFO DI NADAL - Sempre Rafa, fortissimamente Rafa. Rafa Nadal vince anche gli Us Open, battendo Novak Djokovic (6-2, 3-6, 6-4, 6-1) in una finale durata 3 ore e 21 minuti: poco, visti i precedenti. E' il trionfo della volontà, della forza mentale, soprattutto di un gioco che ha raggiunto livelli di eccellenza assoluta, tanto da essere efficace e dominante anche sul cemento: 23 vittorie consecutive su questa superficie, zero sconfitte in stagione, quarto torneo conquistato sul duro e stiamo parlando di tre Master 1000 e uno Slam. Bastano i numeri, sui quali torneremo? No: il tennis, come tutti gli altri sport, non è solo statistica nuda e cruda, anche se qui può aiutare. Il trionfo di Nadal a Flushing Meadows è più di questo: è il punto di arrivo di un giocatore che, rientrato sul circuito dopo otto mesi di stop, ha vinto tutto sull'amata terra rossa e poi, dopo aver perso al primo turno di Wimbledon per la prima volta in carriera, si è trascinato tanti dubbi sulla stagione del cemento. Giocherà? Quanto giocherà? Vincerà? Non solo ha vinto, ha stravinto: il secondo Us Open conquistato (il primo nel magico anno 2010, quello dei tre Slam) è la sublimazione di un ritorno che nessuno avrebbe potuto pronosticare. Nemmeno i suoi avversari che ben lo conoscono; nemmeno Novak Djokovic, che ha perso la ventiduesima partita su trentasette contro Rafa. Nole lascia per strada la settima finale Slam (ne ha vinte sei), la quarta nel giro di due anni: come per Roger Federer tempo fa, la sua nemesi ha il volto e i colpi pazzi di Rafa Nadal. Basta raccontare il terzo set per capire come la mentalità possa incidere su questo gioco: ricordate il Re svizzero che vinceva le partite ancor prima di giocarle, con il timore reverenziale nei confronti degli avversari che se lo trovavano di fronte? Giocava divinamente Roger, e sul campo era più forte di chiunque altro; ma innanzitutto aveva un'aura di imbattibilità che lo accompagnava ovunque. Lo stesso per Nadal: terzo set, siamo 1-1 dopo che Djokovic ha risposto al grande inizio del maiorchino. Nole gioca decisamente meglio e vola 3-1; Nadal si salva una volta evitando il doppio break, pianta lì sei punti consecutivi che lo portano davanti, ma sul 4-4 fronteggia tre palle break. E' il momento chiave della partita, quello che la fa girare in modo decisivo: solitamente il numero 1 al mondo non si lascia scappare occasioni simili. E invece stavolta succede: perchè il maiorchino adesso ha un bagaglio di soluzioni tecniche e tattiche che nulla hanno a che vedere con gli esordi, fatti di botte col dritto e piedi inchiodati sulla riga di fondo. Drop shot e pallonetto, bomba col dritto che piega l'equilibrio di Djokovic, gran risposta: parità, Rafa si prende il game e il set poco dopo, facendo un altro break pur essendo sotto 30-0. E' lì che Djokovic perde la partita: è lì che tutto l'Arthur Ashe e gli spettatori incollati alle televisioni capiscono che non è solo un fatto fisico, ma anche e soprattutto mentale. Il serbo non si rialza più: entra in crisi, trascinato a fondo da un set perso sul quale rimugina troppo, mentre dovrebbe invece scaricarsi dai pensieri negativi e giocare. Così, quando Nole arranca fino a conquistare due palle break, non ha la lucidità per convertirle (a dire il vero, una gliela cancella Nadal con un gran servizio). Quando il serbo manda in rete l'ultimo dritto e Rafa si sdraia sul cemento, scosso addirittura dai singhiozzi, l'occhio al tabellino dice tutto: 53 errori non forzati di Djokovic, un'enormità, stimolati dal continuo martellare dello spagnolo. D'accordo: anche contro Stan Wawrinka Nole aveva rischiato. Lì però, messo ancora peggio a livello di punteggio, aveva trovato la forza di tornare in partita e dominare con i nervi. Qui no, perchè di fronte c'era Nadal. Nel finale complimenti reciproci: Djokovic, distrutto, parla di errori capitali che non avrebbe dovuto commettere ma riconosce che Rafa ha giocato meglio i punti decisivi, poi tutti i discorsi cadono sui 13 Slam conquistati da Nadal: "E' impressionante pensare che ha solo 27 anni e ha vinto così tanto", omaggia il serbo. "Mi vengono le vertigini: è molto più di quanto avessi mai pensato di fare", ammette lo spagnolo. Che adesso punta ai 17 record di Federer - prima c'è Pete Sampras, appena uno più di lui: prima però il Master di Londra, e quel ritorno alla prima posizione del ranking ATP distante ora appena 120 punti. Ma a dirla tutta, c'è davvero bisogno di una classifica? No di certo: il migliore, oggi, è Rafa Nadal.

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