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Serbia-Albania/ La maledizione serba tra Churchill e il drone

La partita di qualificazione a Euro 2016 tra Serbia e Albania è stata sospesa per alcuni episodi legati alle tensioni politiche esistenti tra le due nazioni. Ne parla SANDRO BOCCHIO

(infophoto) (infophoto)

Fosse stato ancora vivo, Winston Churchill avrebbe dovuto cambiare uno dei suoi aforismi più celebri. Avrebbe dovuto riadattarlo a Serbia e dintorni visto che, da quelle parti, le partite sono affrontate come una guerra ancora prima di arrivare a un risultato che stabilisca vincitori e sconfitti. Proprio da un match di calcio ha – anche - origine il conflitto che ha condotto alla frantumazione di quella che una volta era conosciuta come Jugoslavia. Colpa del calcione che Zvonimir Boban rifila a un poliziotto durante gli scontri tra tifoserie in occasione di Dinamo-Stella Rossa il 13 maggio 1990 allo stadio Maksimir a Zagabria: la scarsa sopportazione (eufemismo) tra croati e serbi viene sublimata da quel gesto, per essere replicato poco dopo in un conflitto armato.

Ventiquattro anni dopo cambia lo scenario, non mutano le tensioni. Lo stadio è quello del Partizan, a Belgrado. La Serbia ospita l'Albania per una partita importante non soltanto per la classifica ma anche per i risvolti storico-politici. Il Kosovo è una ferita rimasta aperta troppo a lungo per essere rimarginata, i rapporti tra le due popolazioni non possono ancora essere normalizzati. E un drone che sorvola il campo con un vessillo inneggiante alla Grande Albania (comprendente il Kosovo, per l'appunto) scatena la scintilla pericolosa, successiva agli insulti degli ultrà serbi e alle bandiere della Nato bruciate in curva: in campo si scatena la rissa, dopo che Mitrovic si aggrappa al vessillo, strappandolo al drone. Non ci sono problemi tra tifosi soltanto perché la trasferta è stata vietata agli albanesi, ma quanto accade sul terreno di gioco obbliga l'arbitro Martin Atkinson a sospendere il match e quindi a chiuderlo definitivamente ancora prima di arrivare all'intervallo. Anche perché alcuni ultrà serbi si fiondano sul campo per menare le mani.

Una maledizione per la Serbia, che già era stata protagonista a Genova di una partita sospesa contro l'Italia in una gara valida anch'essa per le qualificazioni europee. Il 12 ottobre 2010 a Marassi si gioca per sei minuti, poi gli ultrà serbi – capitanati da Ivan “Il terribile” Bogdanov – scatenano la violenza. La successiva sconfitta a tavolino mina le possibilità serbe di qualificarsi per la finale. Ora l'Uefa dovrà stabilire colpe e responsabilità di quanto accaduto a Belgrado: sarebbe una beffa per la Serbia dover pagare di nuovo per colpa dei suoi (presunti) sostenitori; lo sarebbe per l'Albania se arrivasse una frenata nella corsa verso la qualificazione per motivi non sportivi. Resta la sostanza, quella di divisioni e inimicizie che soltanto una rivoluzione - innanzitutto umana - potrà risolvere. Il calcio non sarà mai in grado di farlo, con buona pace di Joseph Blatter. E con una buona conoscenza della storia.

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