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Juventus-Roma polemiche/ Moviola sì o no? Gli errori di Rocchi riaprono la domanda

Juventus Roma: gli errori di Gianluca Rocchi hanno riaperto la discussione sull'opportunità di utilizzare la tecnologia in campo. La moviola in campo sarebbe stata utile allo Stadium?

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Un polverone. Quello che si è sollevato dopo Juventus-Roma, big match della sesta giornata di Serie A, è un autentico polverone. Tra interrogazioni parlamentari, tweet ironici, parole al veleno, botta e risposta (Totti-Marotta) la Juventus esce con i 3 punti dallo Stadium ma l’insurrezione del giorno dopo è ampia. Nell’occhio del ciclone finisce ovviamente Gianluca Rocchi: il suo arbitraggio, questo possiamo dirlo, non è stato all’altezza. La sensazione forte è che quella decisione cambiata in corsa in occasione del primo rigore gli sia stata fatale: da quel momento il fischietto di Firenze non ha più avuto la partita in mano, con tutto quel che è seguito. E allora, da più parti si è levato un coro: vogliamo la tecnologia in campo. Se ne è già parlato: non sarà questa l’ultima volta, almeno finchè non si arriverà davvero ad adottarla. Il partito del “sì” porta in piazza argomentazioni difficilmente discutibili: non ci sarebbero dubbi su certe decisioni, in trenta secondi si eviterebbero settimane di polemiche e - nell’immediato - si metterebbe tutti d’accordo, aiuterebbe l’operato dell’arbitro. Vero: aiuterebbe. Ma in certi casi, come si è già ampiamente detto: gol-non gol, palla dentro o fuori, fallo in area o meno. Non per decisioni che restano per forza di cose soggettive (fallo o non fallo, per esempio). Ora, i due episodi favorevoli alla Juventus si sposano alla perfezione con la tesi. Ovvero: il fallo di mano di Maicon era in area? E lo sgambetto di Pjanic a Pogba? Difficile vedere per Rocchi e gli assistenti se non in posizione ottimale, molto più semplice andare a riguardare il video. Giustissimo: ieri sera, all’arbitro sarebbe bastato qualche istante per capire che il difensore brasiliano era all’esterno dei 16 metri, e agire di conseguenza. E’ come dire - è il paragone più citato - che nel tennis l’occhio di falco entra in gioco per decisione del giocatore qualora non sia convinto della chiamata di un giudice di linea. Siccome spesso e volentieri si tratta di palle di cannone a oltre 200 chilometri orari che sibilano a due millimetri dalla riga, lo strumento elettronico è necessario. Vero anche questo. Con una sottolineatura però. Quando l’occhio di falco non c’era (è stato introdotto nel 2006 agli Us Open e a cascata in tutti i tornei, almeno quelli principali) le proteste non si sono mai sprecate (dal celeberrimo “You cannot be serious” di John McEnroe alle lacrime di rabbia di Martina Hingis, frustrata anche dall’ostile clima parigino nella finale del Roland Garros) ma si sono sempre e comunque limitate al campo. Raramente, per non dire quasi mai, gli strascichi di una decisione arbitrale si sono protratti oltre la stretta di mano a rete; i giocatori sapevano che una chiamata giusta o sbagliata poteva girare l’inerzia un match, ma che poteva capitare. Nè i challenge (come vengono chiamati) sono oggi infiniti: chiamalo tre volte in un set avendo torto, e non ne avrai più per quel parziale. Nadia Petrova, Wimbledon 2012, li sprecò per contestare decisioni che apparivano irreprensibili; quando il giudice di linea sbagliò sul serio non potè appellarsi all’occhio di falco, e finì che l’incontro lo vinse Camila Giorgi. Questo per dire: d’accordo la tecnologia, ma non può essere un abuso (ed è la principale argomentazione per il “no”, ovvero che una partita di calcio si spezzetti troppo). Nella partita dello Juventus Stadium la tecnologia avrebbe aiutato, è fuori di dubbio. Forse si sarebbe evitato il gran caos durante e dopo; o forse no, visto che anche con tutte le moviole a disposizione non c’è unanimità di giudizio sugli episodi di ieri sera. 

(Claudio Franceschini)

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