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Olimpiadi Sochi 2014/ Don Mario Lusek cappellano degli azzurri. Ma alle Paralimpiadi non può

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“Io vado alle Olimpiadi come membro della famiglia olimpica azzurra, faccio parte del contingente del Coni, vivo all’interno del Villaggio con gli atleti e ne condivido luoghi e spazi. Grazie a questo le relazioni possono nascere dal semplice contatto umano e possiamo trovare con chi desidera dei momenti di spazio personale all’interno del vorticoso ritmo che si sostiene durante i Giochi”. Ci sono poi le celebrazioni della Messa, “per le quali cerchiamo di trovare un orario accessibile al più alto numero di persone”. Nascono persino occasioni di ecumenismo: “Ho un ottimo legame con un simpatico pastore luterano di lingua tedesca che segue non solo le squadre tedesca e austriaca, ma anche i nostri azzurri altoatesini che hanno maggiore familiarità con il tedesco; anche lui sarà a Sochi, come sempre cercheremo di trovare forme di collaborazione insieme”. Don Lusek, sacerdote della diocesi di Fermo, è direttore nazionale dell’Ufficio turismo, sport e tempo libero della Conferenza episcopale italiana, e per questo segue le Olimpiadi dall'interno: “Non avrebbe senso la mia presenza agli eventi internazionali se non ci fosse un altro tipo di lavoro sui luoghi dove si fa sport nel territorio: in questo sosteniamo le diocesi, e qualunque altra realtà con cui sia possibile collaborare, per affinare una pastorale dello sport che valorizzi lo sport come risorsa educativa. E’ vero che lo sport non è chiamato di per sé ad educare, ma di fatto compie anche questo, oltre ad allenare, orientare e accompagnare. In modo tutto particolare il lavoro è svolto con le 11 associazioni di ispirazione cristiana con le quali abbiamo ideato il Manifesto dello sport educativo. Il problema più grosso oggi è nello sport di base, dove va recuperata la dimensione del gioco: è vero che lo sport è agonismo, sfida, competitività, ma se perde la dimensione ludica è un guaio”.

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