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Champions League/ Guardiola, disfatta è stata. Ma il suo Bayern Monaco è un altro

Pep Guardiola e la disfatta del Bayern Monaco: l'allenatore catalano esce malamente dalla Champions League, distrutto da Real Madrid. Ma la squadra che ha in mente non è ancora questa

Josep Guardiola, 43 anni, prima stagione al Bayern Monaco (Infophoto) Josep Guardiola, 43 anni, prima stagione al Bayern Monaco (Infophoto)

PEP GUARDIOLA, LA DISFATTA DEL BAYERN MONACO IN CHAMPIONS LEAGUE - Povero Pep Guardiola. Arriva nella squadra più forte del momento, quella che ha vinto tutto nei mesi precedenti, e viene eliminato dalla semifinale di Champions League con uno 0-4 casalingo. Il Bayern Monaco non aveva mai perso contro il Real Madrid nel suo stadio; lo ha fatto ieri, prendendo tre gol dopo 34 minuti. Fare processi dopo una sconfitta così eclatante sarebbe troppo semplice: è chiaro che ieri non ha funzionato niente del piano tedesco-catalano, ma è anche chiaro che i blancos si sono dimostrati più forti e a volte questa è l'unica spiegazione che conta. Certo: di fronte a tonfi tanto evidenti è anche giusto chiedersi dove sia stato l'errore, ma da qui a condannare tutta una stagione ce ne corre. E perchè poi si dovrebbe? Il Bayern Monaco ha vinto la Bundesliga con sette turni di anticipo, una cosa che nemmeno a Jupp Heynckes era riuscita. E' in finale di Coppa di Germania. Ha vinto Supercoppa Europea e Mondiale per Club. Ha raggiunto le semifinali di Champions League. Se questa è una stagione fallimentare, chiunque vorrebbe fallire. Però ti chiami Bayern Monaco e l'anno prima hai distrutto ogni avversario; soprattutto, hai in panchina Pep Guardiola, cioè l'uomo che per quattro anni ha incantato il mondo e messo in bacheca 14 titoli con il suo spettacolare Barcellona. E dunque, dove ha sbagliato, se ha sbagliato? Premessa d'obbligo: chi scrive ha sempre sostenuto che il vero metro di giudizio per Guardiola dovesse essere lontano dal Camp Nou. Non perchè non valga quanto ha fatto lì, ma perchè il Barcellona è e rimane uno dei pochi casi a parte nel mondo del calcio, un ambiente dove fin da quando sei bambino ti insegnano a giocare con il tiki taka nel 4-3-3, ti spiegano i movimenti senza palla, ti dicono che devi attaccare e controllare il gioco. Pep si è adattato a quella filosofia, è stato decisivo nel dare un'impronta di meraviglia e invincibilità a quel gruppo, ha modificato due o tre dettagli fondamentali, ma il vero banco di prova era fuori di lì. Dove non aveva canterani che in lui, nato e cresciuto blaugrana, vedevano la realizzazione del proprio sogno. Arrivato a Monaco, Pep ha capito che rivoluzionare in toto l'operato di Jupp Heycnkes sarebbe stato folle; non poteva farlo subito. Ha intuito che il sistema si dovesse cambiare gradualmente, perchè smontare tutto dal primo giorno avrebbe aperto a una stagione di adattamenti. E allora chissà, magari non ci sarebbe stato nemmeno il Meisterschale. Guardiola è entrato in punta di piedi, diciamo così; aveva in testa la sua idea e il suo concetto secondo il quale se la palla ce l'hai tu non ce l'ha il tuo avversario, e quindi non ti può fare gol. Lo ha applicato (si vedano i dati relativi alle percentuali del possesso) ma senza avere tutti gli uomini giusti. Non che Schweinsteiger e Kroos siano scarsi, tutt'altro; semplicemente, non sono Xavi e Iniesta che da quando avevano 12 anni sono stati educati così. E ancora: per giocare il tiki taka, che richiede pressing asfissiante a blocchi di giocatori, c'è bisogno di una linea di difesa alta, con i due centrali che hanno piedi buoni e possono essere lasciati in uno contro uno confidando su velocità e senso della posizione. Ricordate Mascherano spostato dal centrocampo alla difesa per fare coppia con Piqué? Ecco: a Monaco, Guardiola si è trovato con Dante e Jerome Boateng. Senza discutere del valore assoluto dei giocatori, non è la stessa cosa. Si è visto ieri: lasciati soli contro Bale e Cristiano Ronaldo, i due sono andati subito in crisi. E ancora: