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Siviglia-Benfica/ La maledizione di Bela Guttmann colpisce ancora: da José Aguas allo United del destino, storia di un dramma sportivo

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La coreografia dei tifosi del Benfica allo Juventus Stadium  La coreografia dei tifosi del Benfica allo Juventus Stadium

SIVIGLIA-BENFICA, LA MALEDIZIONE DI BELA GUTTMANN - Otto finali europee giocate, otto finali perse contando quella di ieri sera, ai calci di rigore contro il Siviglia, che ha portato l'Europa League in Andalusia. Se nel 1962 aveste chiesto a un qualunque tifoso del Benfica, la risposta che avreste ottenuto nel 99% dei casi (e forse anche il 100) sarebbe stata: "Maledizione? Non esistono maledizioni". Avrebbero avuto ragione. Le Super Aquile avevano vinto le ultime due edizioni della Coppa dei Campioni, erano uno squadrone, avevano un ventenne Eusebio: perchè mai avrebbero dovuto prestare fede alle parole di Bela Guttmann? Si sarebbero ricreduti. L'anno dopo, superando il Feyenoord, il Benfica raggiungeva la terza finale consecutiva. Contro il Milan di Nereo Rocco, che fino a lì aveva giocato (e perso) solo una finale, nel 1958. Fu lì che iniziarono a pensare che forse, sotto sotto, qualcosa di strano c'era. L'allenatore che aveva preso il posto di Guttmann, l'uomo che, indignato per un premio mai ricevuto dalla società, aveva dato l'addio scagliando il suo terribile anatema ("per cento anni non vincerete più una coppa europea"), decise di non mandare in campo José Aguas. Terrificante attaccante, una sentenza nel gioco aereo, una media di un gol a partita: gli fu preferito José Augusto Torres. Il bomber, anni dopo, si sarebbe sentito chiedere scusa da Fernando Riera. "Gli dissi che non c'era problema, che sarei stato contento per i gol di Torres. Era vero: parlò il mio cuore di tifoso del Benfica, ma lui non mi è parso troppo convinto". Come dargli torto? Il Benfica perse 2-1, pur passato in vantaggio (con Eusebio), ripreso e superato dalla doppietta di José Altafini. Fu la prima di otto finali perse. Nel 1965, a Milano, il portiere Costa Pereira paperò sulla conclusione poco convinta di Jair: vinse l'Inter. Nel 1968, ancora a Wembley, il Benfica aveva il capocannoniere della competizione (Eusebio, ovviamente), ma si scontrò con il Manchester United. La squadra del destino: il 6 febbraio di dieci anni prima 8 giocatori dei Red Devils perdevano la vita nel disastro aereo di Monaco di Baviera. Sir Matt Busby, che si era salvato per miracolo insieme all'allora ventenne Bobby Charlton, ricostruì: nel giro di un anno fece arrivare George Best e Denis Law. Il Benfica andò sotto, ma quando pareggiò con Graça a dieci minuti dal termine sembrò che potesse vincere. Niente: quello United non l'avrebbe battuto nessuno. Nei supplementari segnò Best, poi Brian Kidd, poi ancora Charlton: 4-1 e Coppa dei Campioni in Inghilterra. Il resto è (quasi) storia nota. Nel 1983 la squadra, guidata da Sven-Goran Eriksson, arrivò in finale di Coppa UEFA: affrontava l'Anderlecht di Paul Van Himst. Perse all'andata (1-0), pareggiò al ritorno (1-1), non alzò la coppa. Nel 1988 altra finale di Coppa dei Campioni, a completamento di un periodo fatto di quattro campionati e cinque coppe nazionali in sette anni: di fronte il PSV Eindhoven, la metà della cui squadra titolare avrebbe vinto di lì a poco l'Europeo con l'Olanda. In campo c'era anche Rui Aguas, figlio del grande José: 0-0, rigori e dopo una serie di cinque centri per parte Hans Van Breukelen ipnotizzò Antonio Veloso, padre del Miguel visto anche a Genova con la maglia rossoblu. Niente da fare, e niente da fare nel 1990: ancora il Milan, questa volta al Prater. I tifosi ci lessero un segno del destino: 



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