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Coppa del Mondo 2014/ La Top 11 del Mondiale: tanta Germania nel 4-3-3 ideale

La Germania festeggia la vittoria della Coppa del Mondo 2014 (Infophoto)La Germania festeggia la vittoria della Coppa del Mondo 2014 (Infophoto)

 Simbolo della Roja che avrebbe meritato ben altra fortuna in questo Mondiale, e che si è stampata sulla traversa centrata da Pinilla. A 25 anni Aranguiz ha giocato un grande torneo, impreziosito dal gol che ha definitivamente affondato la Spagna. Con Vidal e Marcelo Diaz ha formato una linea mediana di grande qualità ma anche di corsa, lui era forse il meno noto e ha impressionato per la qualità con cui è statoin campo. L'Udinese, tanto per cambiare, ci aveva visto giusto: non potendolo tesserare perchè extracomunitario lo ha spedito in Brasile, lui è esploso con l'Internacional e per 8 milioni lo riscatterà. Gran peccato, ma in Europa potrebbe tornarci.

 Intanto è il capocannoniere del Mondiale con 6 gol (in 5 partite), due dei quali straordinari (Giappone, il primo all’Uruguay); in più è finalmente esploso sulla scena, giocando un calcio meraviglioso in almeno tre ruoli diversi. A 22 anni (i 23 li ha compiuti due giorni fa) ha preso per mano un Colombia talentuosa e divertente e l’ha condotta alle porte del sogno; ultimo a mollare, ha preso calci a destra e sinistra ma dimostrato che è un fenomeno di quelli veri mettendo in crisi da solo il Brasile. Proseguirà la carriera nel Real Madrid: se lo merita, sperando che non venga troppo chiuso dal turnover.

 L’immagine di Robben che consola il figlio Luka in lacrime tra le braccia di mamma Bernadien ha fatto il giro del mondo. Simboleggia molto bene la delusione e la commozione per un giocatore che ha dato tutto ma ancora una volta, come ancora una volta succede all’Olanda, si è fermato a due passi dal traguardo. Un Mondiale stratosferico: tre gol, il rigore procurato contro il Messico, giocate che hanno spaccato le difese avversarie. Ha sbagliato solo una partita, ma era la più importante: contro l’Argentina si è fatto ingabbiare, però non ha tremato dal dischetto. Era l’ultima chiamata, con tutta probabilità: peccato, ma esce da vincitore.

 Sono finiti gli aggettivi per questo ragazzo di nemmeno 25 anni che in due edizioni dei Mondiali ha segnato 10 gol, che attenta già ora al record di Miroslav Klose e che è l’anima di una Germania che ha espresso il calcio migliore. Trequartista, esterno destro, seconda punta, centravanti: sa fare tutto, soprattutto sa mettere la palla in porta. Corre come un mediano, deve anche avere un bel caratterino ma se ce l’hai in squadra sei solo contento. Personalità che hanno in pochi, si laurea campione del mondo sapendo di avere, se gli andrà bene, almeno altri due giri di giostra.

 Finchè c’è stato, ha portato un Brasile rivelatosi mediocre fino alla semifinale. La ginocchiata di Zuniga gli ha fratturato la vertebra e spezzato il grande sogno; è giovane e si rifarà. Intanto non possiamo non premiare un giocatore che ha segnato 4 gol nel girone e che da solo ha spaventato le difese avversarie. Senza di lui la Seleçao si è sciolta come neve al sole, con lui invece aveva sempre uno sfogo offensivo. Palla in banca, come si suol dire, e una componente psicologica non indifferente. Peccato non abbia potuto giocare contro la Germania: forse le cose non sarebbero cambiate, ma avrebbe meritato di esserci.

 Se non lui, chi? Ha avuto anche il grande merito di cambiare in corsa. E’ partito con Lahm davanti alla difesa ricalcando il Bayern Monaco di Guardiola, ha riportato il suo capitano a destra mettendo un Khedira non al meglio. La Germania ha cambiato volto. Ha umiliato il Brasile in semifinale, soprattutto ha azzeccato i cambi in finale: mettendo Schurrle per Kramer ha fatto capire che voleva fare la partita e possibilmente vincerla prima dei rigori, ed è stato bravo a ridare fiducia a Gotze che tanti avevano criticato e che lui stesso aveva messo leggermente da parte. Risultato: Schurrle gli ha fatto il break sulla sinistra, Gotze gli ha vinto il Mondiale. Meglio di così non poteva sperare; durante le celebrazioni è rimasto in disparte, volendo dare il palcoscenico ai suoi giocatori. Non era lui ad allenare nel 2006 (si era detto così) ma stavolta sì: si è visto.

(Claudio Franceschini)

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