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LETTERA APERTA/ Lo scandalo doping in Russia e la ricerca di felicità

La lettera aperta al direttore di FRANCESCA SADOWSKI, che racconta la vicenda dello scandalo doping che ha colpito l'atletica russa e riflette su q uello che è il vero desiderio dell'uomo

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Egregio Direttore,

Ieri sera, in un bar, due chiacchiere tra amici…io e un campione. O meglio un Campione con la C maiuscola, un ragazzo vero, grande, libero. Campione del mondo, campione olimpico, ma soprattutto un uomo. Si parla di tutto: della vita, dei progetti, della preparazione alle Olimpiadi, della voglia e della motivazione. Ho davanti un ragazzo pieno di vita e di voglia di vivere, poi inevitabilmente il discorso cade sull’ultimo scandalo del doping di stato in Russia.

Mi guarda e mi dice: “C’è una cosa in questa faccenda di cui nessuno tiene conto: dietro alla parola doping in realtà ci sono gli uomini. Si dimentica completamente l’uomo. Si dice ‘poverino’ a chi è arrivato secondo ed invece doveva vincere! Io ti dico che poverino è quello che è arrivato primo perché si è dopato. Poverino perché lui lo sa che ha barato; lui lo sa quando è da solo con se stesso…poverino perché spesso ci è stato costretto e lo ha fatto perché in certi paesi non puoi dire di no.” Ecco qual è il primo problema: l’umano. In questa contorta vicenda che è il doping viene dimenticato l’umano. Da chi produce le sostanze e ci guadagna, da chi gestisce il mercato dello sport e guadagna, sia dal punto di vista economico che di potere politico sui campioni e sui risultati, da chi si vende e compromette la salute per essere qualcuno.

Davvero qualcuno pensa che se si escludono gli atleti russi dalle Olimpiadi e da tutte le altre manifestazioni sportive tutto sia a posto? Forse che gli altri paesi, e non solo nell’atletica, sono indenni da questo fenomeno? Periodicamente si scoperchia qualche pentolone, si punisce in modo eclatante qualcuno, ne abbiamo esempi anche qui in Italia, si mette in croce qualche atleta e si va avanti così… La soluzione è stata quella di rendere il mondo dello sport uno stato di polizia in cui gli atleti di livello mondiale sono controllati come se fossero colpevoli a prescindere. Un atleta deve rendere conto di qualunque spostamento, mandando e-mail all’organo di controllo internazionale su dove si trova in ogni momento per poter eventualmente essere sottoposto a sorpresa al controllo antidoping.

E se per qualche motivo si dimentica o non riesce a comunicare viene punito, fino alla sospensione anche se non si hanno riscontri di positività a sostanze. Triste, tristissimo. Non so quale possa essere la soluzione al doping, mi piace pensare che se gli uomini fossero educati a considerare lo sport, a qualunque livello, come strumento di formazione della persona, ad avere stima di sé e amore alla bellezza e alla libertà il fenomeno si ridurrebbe. Come ammoniva Papa Francesco “Giocate la sfida del dare un significato ultimo alla vita stessa. Mettetevi in gioco non solo nello sport come già fate e con ottimi risultati, ma nella vita, alla ricerca del bene, del vero bene, senza paura, con coraggio ed entusiasmo. Mettetevi in gioco con gli altri e con Dio, dando il meglio di voi stessi, spendendo la vita per ciò che davvero vale e che dura per sempre.

Mettete i vostri talenti al servizio dell’incontro tra le persone, dell’amicizia, dell’inclusione… la pressione di voler conseguire risultati significativi non deve mai spingere a imboccare scorciatoie come avviene nel caso del doping. Come è brutta e sterile quella vittoria che viene ottenuta barando sulle regole e ingannando gli altri". Allora, l’atleta, che comunque è colui che si mette in gioco, soffre, fatica, fa sacrifici, può andare al fondo della sua passione, del suo talento, del suo divertimento se sa di poter contare su allenatori, preparatori, medici, dirigenti e federazioni che lo sostengono in questo. Non è diverso da quello che il Prof. Giorgio Vittadini (Ordinario di Statistica Metodologica all’Università di Milano Bicocca) scrive in un articolo sul sussidiario.net riguardo alla generazioni di studenti in America “In un mondo competitivo come quello moderno, l’idea di felicità è stata contrabbandata per successo a qualunque costo, soldi, potere….ma io sono fatto per qualcosa di più che essere il migliore studente della mia università…” cosa cambia se si scrive “atleta della mia specialità”?

“Sotto accusa - scrive Vittadini – sono anche i sistemi educativi che hanno sempre meno l’obiettivo dello sviluppo pieno e integrale della personalità dei giovani. Il loro scopo dovrebbe essere quello di stimolare nell’allievo lo sviluppo pieno delle sue potenzialità, realizzando una pedagogia del successo che non significa selezione, ma crescita delle sue potenzialità in tutte le sue dimensioni”. Anche in questo caso siamo di fronte ad un problema di educazione. Il vero doping, la vera alterazione è la visione di uno sport concepito come orizzonte unico e totalizzante nella vita di un uomo; attività per il cui successo si è pronti a sacrificare tutto, anche la propria dignità; unica possibilità di riuscita, inculcata falsamente anche dai mass media, offerta fin da quando si è piccoli.

Occorrono luoghi di sport, e ce ne sono molti anche se non fanno notizia, dove l’uomo sia guardato fino in fondo per il suo desiderio di felicità e dove ci siano allenatori e adulti capaci di accompagnare i giovani, senza ricatti ed illusioni, su questa strada bellissima di crescita e di espressione della propria identità. Finché gli scopi sono altri, l’umano sarà sempre svilito e soprattutto dimenticato, cercando soluzioni che non risolveranno il problema, come ormai abbiamo imparato in tutti questi anni.

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