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MONTANARI/ 50 anni presi a pugni, cercando la pace. Il grande karateka racconta il suo cammino interiore

Pubblicazione:sabato 23 maggio 2015

Enzo Montanari (a sinistra) con Enzo Jannacci Enzo Montanari (a sinistra) con Enzo Jannacci

Si, certo. A tratti ha messo in ombra questa ricerca, che però è rimasta sempre latente.

 

A un certo punto il karate non le è bastato più.

Negli anni '80 – allora tanti tentarono quelle strade - sono andato in India dal famoso guru Sai Baba, quando in Italia non era ancora molto conosciuto. Ci recavamo da lui all’alba, c’erano lunghe file di persone che per lo più cercavano soluzioni ai loro problemi di salute. In uno dei viaggi c’era con noi una donna malata gravemente di cancro che non fu neppure ricevuta. Io invece ho incontrato più volte Sai Baba, mi dava grandi pacche sulle spalle e mi diceva sempre “I know, I know…”. Poi mi sono accorto che quello che cercavo non avrei potuto trovarlo lì. Qualche tempo dopo qualcuno mi disse che a Vaiano Cremasco c’era un maestro sufi. L’ho raggiunto e mi ha introdotto all’islam.

 

Cosa le ha insegnato?

Quello che loro chiamano lo zikr, la ripetizione del nome di Dio: una pratica che segue il ritmo del respiro e dà la pace del cuore; i monaci cristiani ortodossi lo chiamano esicasmo, ma esiste un po' in tutte le tradizioni religiose. Sul Monte Athos ripetono: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”. Nella tradizione indiana si chiama Namasmarana. La respirazione consapevole è una delle forme di meditazione più valide, ti porta a essere presente a quello che stai facendo.

 

La prima religione che ha avvicinato è quindi l'islam?

La sua versione esoterica. Con questo maestro, che si chiamava Shaikh Mashallah Niktab, sentivo una profonda affinità di sentimenti, anche se non parlavamo la stessa lingua. Così un’estate lo raggiunsi a Banbury, sopra Oxford. Lì mi accolsero a dormire e a mangiare gratuitamente. Mi diedero da dissodare un pezzo di terra durissima, in un momento di forte siccità: era come cemento. Tutto lì era impostato per imparare a sopportare un duro lavoro fisico, solo questo avrebbe potuto abilitare a una crescita spirituale. Nonostante fossi allenato, la fatica era terribile.

 

Insegnamenti?

In tutto il tempo in cui rimasi il maestro sufi mi disse solo due cose. Primo: se senti un sufi parlare di miracoli, fuggi. Per l’uomo di conoscenza infatti il miracolo è la normalità. Guarda il nostro corpo, non è un miracolo? Secondo, siccome gli avevo raccontato che mi erano appena entrati i ladri in casa lui mi disse: “Adesso fatti rubare la mente”. Comunque lì si lavorava, si mangiava e nessuno parlava di argomenti che riguardavano qualche ricerca interiore.

 

Poi cos'è successo?

Ho letto Dante, che diceva: “Oh voi ch’avete gl’intelletti sani/ mirate la dottrina che s’asconde/ sotto il velame delli versi strani” (Inf. IX, 61-63). Quali versi sono più strani delle scritture alchemiche? - pensai. Ho conosciuto un maestro taoista, Luo Pa, che poi ho scoperto essere nient'altro che l’anagramma di Paolo Lucarelli, uno dei più famosi alchimisti italiani. Mi sono avvicinato a questa strada, ma mi sono reso conto che c’era più attenzione per i decimi di grammo delle materie che usavamo nel laboratorio alchemico che per la trasformazione del nostro mondo interiore.

 

A che punto è la sua ricerca oggi?

Ora mi sto interessando alla kabbalah, la scienza spirituale che ci permette di leggere l’Antico Testamento cercando di decodificarne il significato recondito. Quella che sembra una favola per bambini - Adamo ed Eva, il serpente, etc. - ha una grande profondità, che è possibile scoprire attraverso lo studio delle lettere dell'alfabeto ebraico e dei numeri, che mostrano come tutto sia collegato… Però per capire bisogna avere la capacità di discernere, che deriva, oltre che dalle conoscenze, dal lavoro interiore che si fa.

 

Nel suo libro lei dice che ci sono tante vie per l'uomo quante sono le stelle del cielo, eppure qualcuno potrebbe non trovarne nemmeno una. 


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