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MONTANARI/ 50 anni presi a pugni, cercando la pace. Il grande karateka racconta il suo cammino interiore

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Enzo Montanari (a sinistra) con Enzo Jannacci  Enzo Montanari (a sinistra) con Enzo Jannacci

Il sufismo dice che la meta non può essere trovata con il ricercare, eppure i cercatori la troveranno. Questo significa – aggiungo io - che non è la ricerca quella che trova, però la ricerca permette di avvicinarsi a ciò che si sta cercando e che eventualmente si manifesterà. È un processo di purificazione.

 

In tutto questo percorso, ha trovato la pace?

Non direi, però percepisco che la si possa trovare su una strada di consapevolezza, perché un conto è essere completamente identificati con l’apparato psicofisico, altro è cominciare ad accorgersi che si può non essere prigionieri della mente, che ci lega al passato e al futuro, impedendoci di vivere pienamente il momento presente. Dice San Bernardo: cosa fa il sapere senza l’amore? Si inorgoglisce. E cosa fa l’amore senza il sapere? Può andare fuori strada. Quindi i due aspetti dovrebbero essere considerati come le due facce che permettono di sviluppare la maturità dell'uomo, di trascendere - trascendere e non annullare - l’ego. 

 

Lei considera l’autodifesa la vera essenza del karate. Ma la descrive in maniera molto diversa da quei “corsi di autodifesa” che oggi vanno di moda. Ad esempio, invita a considerare come prima opzione la fuga.

Se devo insegnare a un bambino ad attraversare la strada non gli insegno ad affrontare la macchina che lo sta investendo, ma a evitare qualsiasi scontro, guardando bene a destra e a sinistra prima di muoversi. La difesa personale parte dalla conoscenza dei rischi: se vai tutte le sere dove circolano alcool e droghe, è chiaro che ti metti in una situazione delicata. Se il fine è la difesa dell'integrità della persona, abbiamo davanti opzioni diverse, da graduare rispetto alla minaccia. Attraverso la pratica si impara ad esempio a stabilire e a mantenere la distanza giusta fra sé e un aggressore. La difesa personale è innanzitutto questo. Se tuo malgrado ti vieni a trovare in un contesto pericoloso, la prima cosa che devi fare è cercare di andartene via; se non puoi farlo, provi a mettere in atto la dissuasione verbale; solo se non funziona neppure questa devi affrontare l'avversario e, utilizzando il karate, cercare di non soccombere.

 

Anche il maestro Gichin Funakoshi, inventore del karate moderno, diceva che il suo scopo è “non combattere”. Nelle palestre, però, queste cose non le insegna più nessuno.

Quello che recita che “non c'è primo attacco nel karate” è il precetto più ripetuto e meno capito di Funakoshi. Quelle che nel karate sembrano parate non lo sono: anche i kata (le forme, ndr) più essenziali, guarda caso, iniziano con una risposta a uno degli attacchi più comuni, un “gancio” portato con il pugno destro, uno sventolone, e sono forme di difesa – studiando le arti marziali cinesi lo si capisce – che hanno anche un potenziale offensivo micidiale, che mira ai punti vitali. Solo che nel karate moderno queste cose non sono più comprese. Questi “tesori infiniti” - come venivano chiamati i kata – restano nascosti. Un tempo la segretezza era importantissima, le gestualità erano camuffate per non permettere ai non esperti di risalire all’interpretazione pratica: una differenza che poteva voler dire sopravvivere o soccombere. Tanti famosi maestri giapponesi che sono venuti qui da noi in Occidente negli anni '70 hanno portato il karate, però mancava loro il libretto delle istruzioni. Non capivano più il vero significato dei suoi elementi. E' come montare un mobile dell’Ikea: se non hai il libretto è impossibile cogliere il senso dell'insieme.

 

Anche il taiji, che oggi va molto di moda, è spesso frainteso, insegnato come una “ginnastica dolce”...



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