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MONTANARI/ 50 anni presi a pugni, cercando la pace. Il grande karateka racconta il suo cammino interiore

Enzo Montanari (a sinistra) con Enzo JannacciEnzo Montanari (a sinistra) con Enzo Jannacci

In questo caso è ancora peggio. I movimenti del taiji (che io insegno a chi ha raggiunto il grado di cintura nera di karate) hanno a che fare con situazioni di reale difesa personale, comprendono colpi micidiali che possono provocare uno svenimento o anche un arresto cardiaco. Il praticante normalmente invece crede di raggiungere “l'energia”, “il benessere”… “Taiji quan”, la forma di pugilato che tremila anni dopo la nascita del taiji ne ha usato i principi filosofici, in cinese significa “pugilato della polarità suprema”: è una delle armi di difesa personale più micidiali.

 

Quindi, proprio in questi anni in cui si sono tanto diffuse le arti marziali si sono immiserite su due versanti: quello concreto, di difesa e anche di offesa, e quello relativo alla ricerca interiore.

Sì, ed è successo anche con i testi: nelle librerie oggi si può accedere a una quantità di informazioni che un tempo non erano disponibili, ma ci sono tanti libri “New age”, che dietro la loro apparenza spirituale insegnano solo come diventare dei vincenti e arricchirsi. Anche lo yoga negli Stati Uniti ormai è una ginnastica per contorsionisti, lo si fa nella sauna, a testa in giù, lo si fa nudi... Non san più cosa inventare per non arrivare alla presa di coscienza di sé. La macchina, evidentemente, non vuole risvegliarsi (quando non è pronta). Comunque tutto è perfetto, anche se sembra il contrario.

 

In che senso?

Tutto ciò che ci succede è per il nostro bene: c'è un disegno perfetto, che ci porta a capire, anche attraverso la sofferenza. Il contesto nel quale viviamo è all’insegna della casualità e dell’imperfezione. Ma se si diventa consapevoli che anche le cose più tragiche fanno parte del nostro cammino di formazione, si affronta tutto con un altro paio di occhiali. Se vedi un chirurgo, con le mani piene di sangue che sta sventrando qualcuno, puoi pensare che lo stia rovinando, in realtà invece sta aiutando quell'uomo a guarire. Anche il dolore, anche l'errore in certi momenti della vita è un aiuto, se ti spinge avanti. Dove deve portare la via? A disidentificarti da ciò che non sei per identificarti con ciò che sei veramente, ma non sai di essere: l’essenza. I bambini di due, tre anni hanno uno sguardo così profondo che poi non ritroverai più negli adulti: perché sono ancora pura essenza. Poi, crescendo, prevalgono i condizionamenti.

 

L’ultima parte del libro, in cui parla della sua ricerca spirituale, ha spiazzato chi vedeva in lei solo il campione di karate. Ne è stupito?

No. Tanti anni fa, nell’ambito di un corso istruttori cercai di proporre queste riflessioni a quei maestri: “Possiamo paragonare la nostra vita – dicevo - a quella di uno che è nato in carcere e pensa che il mondo sia tutto lì. Oppure, possiamo pensare che nell'immensità dell'universo, siamo come dei batteri intestinali che dall'ambiente in cui si trovano fanno delle disquisizioni filosofiche, e azzardano delle ipotesi su cosa potrebbe esserci là fuori... Quand'anche arrivasse qualcuno ad avvertirci che all’esterno c’è un modo di vivere diverso e migliore, i guardiani di quella prigione cercherebbero di impedirgli di uscire”.

 

Chi sono i guardiani della nostra prigionia?

Il nostro apparato psico-fisico. La macchina è pigra, non vuole evolversi, preferisce stare così com’è. In tutte le tradizioni umane il cavaliere deve vincere il drago per poter accedere al tesoro che si trova nella grotta: quel tesoro è la nostra vera essenza.

 

Che cosa è l’essenza dell'uomo?

Noi non siamo una macchina. E’ facile sentire di non essere il nostro corpo: in questo momento il mio corpo sta funzionando in una maniera che nessuno scienziato può neppure immaginare; non siamo neanche le nostre emozioni e neppure la mente. Noi siamo ciò che rimane, per esclusione.

 

Cosa resta sul fondo?

Serenità. L'unione con il tutto. E’ difficile percepirla perché, a causa dei condizionamenti della vita noi tendiamo a identificarci con la nostra personalità, come indica il mito di Narciso che si innamora della sua immagine e muore cadendo nel fiume in cui si specchiava. Ma la mente non è lo strumento adeguato a cogliere l’essenza. Per questo nello zen si parla di “koan”, si parla di mettere fuori gioco la mente.

 

Le persone che si iscrivono in una palestra di karate, hanno dentro ancora questa ricerca radicale che c’è in lei?

Quando parlo di queste cose, nello sguardo di alcuni noto subito interesse, in altri invece un senso di sospetto e quasi di fastidio. Penso però che nessuno abbia il diritto di svegliare chi sta dormendo: è giusto che dorma.

 

Lei ora, accanto al karate, si dedica a un’attività che chiama “pratica statica”. Cos’è? 

Alcuni lo chiamano chi kung, o qui gong – a seconda della grafia con cui vengono traslitterati i caratteri cinesi. In pratica è il lavoro sull’energia. Attraverso questa “pratica statica” l’energia interna del nostro corpo cresce, permettendo al sistema immunitario di funzionare meglio. Se ne erano resi conto già i ricercatori antichi, non solo orientali: chi si ammala ha un livello energetico inferiore rispetto a chi, per natura, si ammala meno.

 

La dedica del suo libro recita: “Questo libro è rivolto a voi che cercate nuovi occhi per poter vedere e seguire la Via. Ed è dedicato a Enzo Jannacci, dottore del cuore, poeta dell’anima, amico unico e indimenticabile”. Come ha conosciuto Jannacci e che amico era? 

L’ho conosciuto nella palestra di Shirai. Anche Enzo è stato uno dei primi karateka italiani. Io e lui eravamo in sintonia anche senza bisogno di parlare. A volte ridevamo insieme senza motivo o ci scambiavamo parole che capivamo solo noi. Poi lui assumeva anche questa espressione… (mostra un’immagine pensierosa, intensa di Jannacci): era anche lui un ricercatore.

 

(Silvia Becciu, Carlo Dignola)