BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

MONTANARI/ 50 anni presi a pugni, cercando la pace. Il grande karateka racconta il suo cammino interiore

Uno dei massimi campioni del karate italiano si racconta in una lunga intervista esclusiva: lo sport e la ricerca del senso dell'esistenza. SILVIA BECCIU e CARLO DIGNOLA

Enzo Montanari (a sinistra) con Enzo Jannacci Enzo Montanari (a sinistra) con Enzo Jannacci

Più che chiederci se c’è vita dopo la morte, dovremmo chiederci se c’è vita prima della morte”. La provocazione è spiazzante. Soprattutto per chi lo ascolta, in realtà, perché Enzo Montanari in questi pensieri ci si immerge in modo naturale da una vita. Non stiamo parlando di un filosofo di professione ma di un grande karateka, campione italiano nel '75 e nel '76, due volte vicecampione del mondo a Tokio nel '71 e nel '73, e medaglia di bronzo a Los Angeles nel '75. 

Il maestro Montanari – lo raccontano i tantissimi allievi che hanno frequentato la sua palestra di Milano, alcuni dei quali famosi come Enzo Jannacci, Franco Mussida e Franz Di Cioccio della Pfm - è un karateka autentico, un combattente leale ma indomabile, uno che “spacca i sassi”. Sul tatami è sempre stato un leone. Più di tutto, però, è un uomo che ha speso la vita nella ricerca di quanto di più profondo ci sia nell'arte marziale, come nell’esistenza. Ricercatore instancabile e aperto a tutto quanto la vita gli ha posto di fronte.

Ogni mattina alle 5 va nella sua storica palestra di Milano, in via Petrarca (“si guida meglio, a quell'ora non funzionano ancora i semafori”) dove compie il primo gesto della giornata: si allena. Qui, nel suo dojo (una palestra di arti marziali non è solo una palestra, ma un “luogo per la ricerca della Via”) poi rimane fino a sera tardi, insegnando e studiando. 

Quest'anno Montanari compie cinquant’anni esatti di pratica del karate, ma l’attività fisica - come racconta nel suo ultimo libro, “Il Cammino sulla Via del karate. Dal combattere per vincere al vincere senza combattere” (Edizioni Mediterranee) - è solo il primo gradino di un percorso di ricerca di se stesso, “la parte del triangolo corpo-emozioni-mente sulla quale si può lavorare più facilmente”. L’obiettivo è vincere innanzitutto se stessi, le proprie abitudini al ribasso, e “trovare la propria essenza”. Il problema è che “di solito si dorme senza saperlo, credendo di essere svegli. Eppure ci deve essere la possibilità di uscire da questo stato di inconsapevolezza”.

Il libro è l’esito di un lavoro in cantiere da vent'anni in cui l’arte del karate è descritta, nella prima parte, nei suoi aspetti meno scontati come, tra gli altri, “il segreto dell’immobilità” o “il karate nella reale difesa personale”. Nella seconda parte invece Montanari propone il meglio del cammino di ricerca che ha forgiato la sua vita, fin dall’adolescenza. Un percorso nutrito dalla “compagnia” dei grandi geni religiosi dell’umanità e che spazia dallo zen al taoismo, dal buddismo al sufismo, dal cristianesimo all’alchimia e alla kabbalah.

 

E’ impressionante la ricchezza e la profondità dei percorsi che lei ha fatto. Come ha cominciato?

Ho sempre in qualche modo iniziato. Ho sempre cercato quel “qualcosa” oltre l'apparenza, che però non ho mai trovato. Avevo 17 anni quando mi sono iscritto al primo corso di karate, era il 1965. Comprai per posta il libro di un certo Cesare Barioli, “Il karate, la più micidiale difesa personale”, ricordo che costava 750 lire. Sentivo che nella tradizione orientale c’era qualcosa per me. Mi aveva sempre interrogato, ad esempio, il fatto che le arti marziali fossero nate nei monasteri: che nesso c'era tra la supremazia fisica e la vita dei monaci? A Milano c'era una famosa palestra di judo, il Jigoro Kano: sono andato per iscrivermi e mi dissero che dal Giappone era appena arrivato un maestro di karate. Così iniziai a praticare con il grande Hiroshi Shirai. Per la maggior parte dei ragazzi le arti marziali significavano, come nei film di Bruce Lee, la ricerca di una supremazia fisica. Ma, come mostra ad esempio la serie televisiva “Kung fu” con David Carradine, la figura del maestro può rappresentare molto di più. Le virtù marziali – come la costanza, l’abnegazione, la lealtà che si sviluppano attraverso la pratica - avviano alla ricerca interiore, spirituale. Il corpo influenza la mente, se uno si forgia dal punto di vista fisico anche la mente ne esce rafforzata. Dopo la fase adolescenziale, nella quale andavo in palestra per sentirmi più forte, ho quindi proseguito nelle mie peregrinazioni alla ricerca di me stesso.

 

E' diventato in breve tempo un grande campione. La competizione non ha messo in secondo piano il suo cammino di crescita umana?