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PAGELLE/ Serie A 2014-2015, i voti del campionato: Juventus regina, Lazio sorpresa, Napoli dietro la lavagna

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 Impossibile giudicare la stagione tecnica della squadra senza prescindere da quanto avvenuto dietro la scrivania; impossibile addossare le colpe di una retrocessione a giocatori e allenatori, che sono stati encomiabili fino all’ultimo. Senza voto dunque: Ghirardi e soci hanno lasciato macerie dopo il loro passaggio, l’affare Manenti è stato tragicomico sin dall’inizio, in campo qualcuno ci ha messo l’anima nonostante tutto mentre qualcun altro ha scelto di fare le valigie in anticipo. Chi aveva ragione? Non sappiamo: non si possono biasimare professionisti senza stipendio per mesi se hanno preferito accasarsi altrove. La speranza è che il Parma, che a suo modo ha segnato la storia recente del calcio italiano, possa riprendersi in fretta come la piazza merita. Ripartendo, se necessario, anche dal basso.

 Forse il problema risiede nelle premesse: ripetere la stagione scorsa era impossibile. Con i punti del 2013-2014 (85) la Roma avrebbe vinto quattro degli ultimi otto campionati; purtroppo le è capitato di scontrarsi con una Juventus superiore. Gli aspetti positivi vanno cercati nella reazione rabbiosa che la squadra ha avuto dopo la crisi che sembrava poter aver ripercussioni devastanti; è stata comunque blindata la qualificazione diretta alla prossima Champions League con un finale in crescendo. Quelli negativi sono un po’ ovunque, dalla serie di pareggi di inizio 2015 al troppo nervosismo, da un Rudi Garcia che ha forse perso il bandolo della matassa all’affare Destro legato a tutta la campagna acquisti di gennaio. Resta il fatto che la Roma ha chiuso ancora al secondo posto, ed è una cosa che non si può dimenticare; così come non si può scordare che Castan e Strootman (oltre a Maicon) hanno saltato praticamente tutta la stagione. Il triste finale delle dichiarazioni di Garcia "smentite" dalla società ammanta di mistero l'estate a venire, ma sul campo la risposta della squadra dopo la crisi c'è stata e questo conta.

 L’entusiasmo trascinante del presidente Ferrero ha dato vita a una stagione esaltante nella prima parte, ma poi in netto calo. Qual è la vera Sampdoria? Quella che ha sognato a lungo il terzo posto o quella che ha rischiato di perdere il sesto con un finale sciagurato? E’ probabile che le dichiarazioni di Mihajlovic, con l’addio a fine stagione annunciato in anticipo, abbiano influito in maniera negativa sul gruppo; ma va anche detto che gli acquisti di gennaio (Muriel e Eto’o) sono stati bravi ma non bravissimi, e che dopo qualche tempo la Sampdoria è involuta sul piano del gioco, ha sofferto la perdita di Eder e, venuta a mancare l’energia di inizio campionato, ha perso inevitabilmente smalto nella fase difensiva che era il suo fiore all’occhiello e il suo segreto. Il segno è positivo ma, viste le premesse e gli avversari traballanti, si poteva forse sperare in qualcosa di più. Mihajlovic si è detto giustamente orgoglioso dei suoi ragazzi; se Europa League sarà, qualche giocatore in più non farebbe male. 

 Il discorso è simile a quello fatto per il Palermo, con le debite proporzioni: peccato per la parte finale del campionato, questo Sassuolo avrebbe potuto essere più avanti in classifica. Stagione bellissima, con un gruppo imperniato sugli italiani (appena cinque gli stranieri, due arrivati a gennaio e ai margini delle rotazioni) e giovane (l’età media del tridente titolare è 22 anni). Gioco offensivo, spregiudicatezza, la fase difensiva messa a posto rispetto a un anno fa; Domenico Berardi ha confermato il suo valore, Zaza pur con tante pause ha garantito il suo bottino di reti, Missiroli e Magnanelli sono diventati protagonisti e leader di una squadra che per il terzo anno consecutivo giocherà in Serie A e che sì, ha alle spalle un patron come Squinzi e un marchio importante ma certamente non ha il blasone di altre piazze. Tanto di cappello e avanti così, senza snaturarsi: il miracolo si può ripetere. 

 Perdere Cerci e Immobile (35 gol in due) e ritrovarsi a lottare per l’Europa a 180 minuti dal termine non è indifferente. Un altro applauso al Torino, dopo la scorsa stagione; quest’anno le fatiche di coppa si sono fatte sentire e hanno fatto perdere smalto nei primi mesi della stagione, quando la squadra non segnava mai e difficilmente faceva risultato. Quagliarella si è confermato grande attaccante “di provincia”, azzeccatissimo l’acquisto di Bruno Peres (in arrivo una plusvalenza importante), meno quello di Amauri che ha dato poco alla causa, in calo El Kaddouri che però ha regalato lampi sparsi di genio. E poi il solito cuore Toro, che ha permesso di sforare ancora una volta quota 50 punti e vincere finalmente il derby contro la Juventus, a 20 anni dall’ultimo e dopo la grande beffa dell’andata. Ventura forse merita una grande, ma la sensazione è che stia benissimo qui: se resterà ci sono tutte le premesse per continuare la corsa, altrimenti è possibile che il presidente Cairo decida di rifondare.

 Dopo una sola stagione termina l’era di Andrea Stramaccioni, si dice per disaccordi con la società. Campionato positivo, ma si sarebbe potuto fare di più; d’accordo che qualunque classifica oltre la salvezza era puramente accessoria, ma la sensazione che l’Udinese ha destato è stata quella di una squadra spesso in difficoltà, senza un’anima forte e riconoscibile e con tante contraddizioni. Tra cambi di modulo e di elementi i giovani non si sono fatti notare più di tanto; si arriva a giugno senza il gioiellino pronto per la plusvalenza, a meno che non si voglia prendere in esame la crescita di Widmer e, soprattutto, quella di un Allan che sembra effettivamente pronto per una grande. Resta il fatto che la salvezza è stata conquistata con largo anticipo; tanto basta, ma l’anno prossimo si ripartirà da Colantuono.

 L’anno scorso aveva lottato per l’Europa League, quest’anno ha dovuto soffrire per districarsi tra le difficoltà delle zone basse. Salvezza alla fine tranquilla, ma la macchina ben oliata di Mandorlini qualche problema di troppo l’ha avuta. Senza il miracoloso Toni, capocannoniere per la seconda volta a distanza di nove stagioni (e a 38 anni), il Verona avrebbe forse lottato per non retrocedere fino alle ultime giornate; d’accordo gli infortuni, ma restano inspiegabili alcune scelte estive. Come quella di Saviola, che sarebbe dovuto essere fiore all’occhiello e invece ha giocato 15 partite per 463 minuti. Soprattutto, la squadra dà la sensazione di non essere troppo futuribile; andrà ricostruita e non è detto che ci sarà ancora Mandorlini. Anche qui però il voto è positivo: dopo tutto l’obiettivo è stato raggiunto.

(Claudio Franceschini)

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