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BASKET NBA/ Finali, stanotte gara-4 Heat-Thunder

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Lebron James (Infophoto)  Lebron James (Infophoto)

FINALI NBA, STANOTTE GARA-4 A MIAMI - "Odio stare in panchina, soprattutto per i falli". "Io in panchina? Scelta dell'allenatore, io ci devo convivere". Si riparte da qui. Da Kevin Durant e Russell Westbrook che disquisiscono sul momento chiave di gara-3 delle Finali NBA: con loro due a osservare da fuori, i Miami Heat hanno dominato il campo, con Lebron James sugli scudi, e addio punto del 2-1. Se fossimo in Italia o in Europa, probabilmente, a distanza di giorni starebbero ancora parlando, nei bar e negli studi televisivi, del fallo di Lebron su KD35: Chesapeake Arena, gara-2, Heat sul 98-93, 50 secondi o giù di lì alla sirena, Wade palla in mano, totale controllo. Poi il buon Dwyane decide di spezzare il raddoppio in palleggio, Fisher gliela tocca da dietro, recupero Thunder, palla a Durant che manco fosse un Michael Jordan con già qualche anello alle dita non esita un secondo, tira e segna: 98-96. Lebron James rivede certi fantasmi della sua carriera, vuole imitare il collega ma va corto sul primo ferro, rimbalzo Oklahoma City e timeout con 12 secondi da giocare. Rimessa, naturalmente riceve Durant che prima viene arpionato al braccio da Lebron, poi ostruito dal corpo dello stesso: morale, tiro che esce, partita finita, Miami si prende il fattore campo e il controllo della serie, legittimandolo nella prima di tre gare consecutive alla American Airlines Arena di South Beach. In Italia ne avremmo discusso per settimane e mesi, avremmo tirato in ballo movioloni a pixel ultrasgranati, saremmo forse andati a esplorare il passato del fischietto in questione, in cerca di punti oscuri. Era fallo, quello di Lebron James? Con tutte le probabilità, sì. Ma in America, sull'ultimo possesso, vige la regola - non scritta - del "No blood no foul", ovvero: a meno che qualcuno non stacchi il braccio all'altro, l'arbitro non fischia. Lo sanno tutti, è consuetudine: da quelle parti, si tende a privilegiare lo spettacolo piuttosto che una partita decisa in lunetta. Qualche notte fa eravamo probabilmente oltre, ma tant'è: Miami ha vinto, punto, si parla di altro, ovvero delle partite successive. Gara-3 ci ha confermato che la serie si gioca su equilibri sottilissimi: le due squadre si conoscono bene, pertanto la minima cosa fatta meglio (o peggio) può cambiare tutto. Oklahoma City ha le prossime due partite in trasferta e sa che se Miami va sul 3-1 con il match point in casa si mette malissimo; dall'altra parte, gli Heat non possono permettersi di perdere, o avrebbero reso inutile o quasi il blitz di gara-2. "Abbiamo l'esperienza per gestire finali di questo tipo", ha detto Wade, e sembra vero: Miami, rispetto all'anno scorso, sembra avere più testa. Ma dall'altra parte ci sono dei giovanotti che corrono, saltano e segnano: non sarà facile. Gara-4 comincia alle 3, ora italiana: palazzetto tutto bianco contro il blu dell'Oklahoma, la sensazione è che quella di stanotte sia quella decisiva per spostare in via definitiva gli equilibri. Intanto, le altre squadre che osservano dalla televisione preparano il mercato: con il draft profondo in arrivo, molte franchigie puntano a scambiare giocatori per scelte alte che non hanno. I Chicago Bulls pensano alla cessione di Luol Deng per puntare fiches su Harrison Barnes (da North Carolina), registrano l'interesse dei Celtics per Omer Asik e sono nel "mirino" di Jason Kidd, che potrebbe uscire da Dallas. Tutto però dipende da Derrick Rose



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