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AC MILAN/ Anestesia totale rossonera: il declino di una società che fu grande

Un excursus sulla storia del Milan: ROBERTO LOCATELLI ripercorre il glorioso passato della società rossonera per arrivare ad un presente lontano da fasti e grandi vittorie di un tempo

Giacomo Bonaventura esulta dopo un gol (Infophoto) Giacomo Bonaventura esulta dopo un gol (Infophoto)

Sono lontani i tempi gloriosi delle vittorie in Italia, in Europa e nel mondo, dove una squadra zeppa di campioni italiani e stranieri lottava per i massimi traguardi calcistici, dallo scudetto alla coppa dei campioni. Pensare cos’è il Milan oggi e confrontarlo con quello del recente passato fa rabbia, quante possibilità avrebbero gli attuali difensori di vedere il campo al cospetto di campioni quali Tassotti, Baresi, Costacurta, Paolo Maldini, Filippo Galli o Nesta? E i centrocampisti al cospetto di Donadoni, Rijkaard, Ancelotti, Evani, Boban, Albertini, Desailly, Gattuso, Pirlo, Seedorf? Per concludere con gli attaccanti, raffrontati a Van Basten, Gullit, Massaro, Weah, Savicevic, Shevchenko, Kakà e Inzaghi?

E’ ingeneroso anche solo pensare a un raffronto: da un lato campioni che non solo hanno vinto tanto, tantissimo, ma soprattutto hanno insegnato il concetto di squadra e bel calcio a livello internazionale con continuità, dall’altro la situazione attuale… dove termini quali “gioco del calcio” e “squadra di calcio” sembrano parodiati. Si obietterà che dopo tanti anni di successi è inevitabile che vi siano periodi grami, dove vittorie e trofei latitano; ed è vero, questo il tifoso lo capisce e lo accetta, sa che niente è eterno, non lo sono le vittorie e non lo sono i giocatori più vincenti o più amati, per questo la gioia dei momenti felici esplode in tutta la sua intensità, perché si sa che è effimera, legata al momento. Dal Milan di Arrigo Sacchi a quello di Carlo Ancelotti, passando per quello degli “immortali” di Fabio Capello, in tutti questi cicli calcistici vi sono stati picchi di vittorie e successivi declini, questo il tifoso lo capisce e lo tollera. Ma ciò che sta accadendo ora al Milan trascende questa situazione; l’ultimo grande trofeo internazionale è stata la vittoria della Coppa Intercontinentale nel dicembre 2007, mentre in Italia si deve ritornare al mese di agosto 2011 con la vittoria della Supercoppa italiana. Il palmares è vuoto da tempo: non solo, la squadra in questi anni non ha mai dato neppure l’illusione di poter concorrere per la vittoria di alcun trofeo, italiano o internazionale che dir si voglia.

Le ultime due stagioni hanno fatto detonare una situazione sempre più incandescente che dalla società e dalla proprietà, si ripercuote sulla squadra e più in generale sull’intero ambiente rossonero. Da troppi anni a questa parte non esiste la benché minima programmazione societaria, e non per una mancanza di liquidità, ma soprattutto per una mancanza di capacità e volontà negli uomini al vertice della società: Silvio Berlusconi e Adriano Galliani. Ad eccezione dell’ultima sessione di calciomercato, comunque errato perché dispendioso e scriteriato al tempo stesso, il Milan pur essendo per ricavi la seconda società calcistica in Italia, per diversi anni non ha fatto mercato per una mancanza di denaro, ragion per cui, si è dato a bere ai tifosi il fatto che la società è stata obbligata a vendere i suoi migliori giocatori per fare cassa e contestualmente abbassare il monte ingaggi. Da qui si entra nel ginepraio-Milan, con un “padrone”, Silvio Berlusconi, in tante altre faccende affaccendato e, di fatto, disinteressato al Milan ma intento a economizzare il più possibile da una sua vendita. Tanto quel che poteva ottenere col Milan lo ha ottenuto, ossia una visibilità, un’immagine di vincente e una considerazione internazionale che senza la squadra di calcio A.C. Milan si sarebbe soltanto potuto sognare. Sulle vittorie calcistiche della squadra ha costruito la sua fortuna mediatica e, di riflesso, politica, in Italia e all’estero. Tramite il Milan, Berlusconi ha sfamato a dovere il suo ego, sino alla sensazione di onnipotenza.

E’ doveroso e onesto dire una sacrosanta verità: è il Milan ad avere fatto grande lui, non viceversa! Il Milan era già un club e un marchio conosciuto a livello internazionale, grazie a calciatori come Rivera, Sormani, Hamrin, Cesare Maldini, il trio svedese Gre-No-Li, Trapattoni, ad allenatori inarrivabili come Nereo Rocco e Liedholm, al fatto di essere stata la prima squadra italiana ad avere messo in bacheca la coppa dei campioni e ad avere avuto il primo giocatore italiano premiato con il pallone d’oro: Gianni Rivera. Il Milan era già IL MILAN! Con Berlusconi sono aumentati i trofei, rinverditi gli antichi fasti del passato, ma soprattutto ne ha avuto lustro lui personalmente, come immagine vincente che ha speso ovunque, in primis in politica. L’attuale caos societario ha visto contendersi il ruolo di Amministratore Delegato tra il fido Adriano Galliani con la figlia Barbara, un duello solo mediaticamente taciuto e rimesso in carreggiata, dando competenze più sul versante tecnico a Galliani e più di marketing a Barbara, ma che, complice i risultati ignominiosi della squadra, nei mesi a venire potrebbero riemergere impetuosi come un fiume carsico con conseguenze negative più probabili per Galliani. Da anni la politica tecnica della società, da Berlusconi a Galliani, a parole, è quella di valorizzare i giovani e la squadra primavera per costruire uno zoccolo duro di giocatori italiani, o comunque fatti in casa, da far transitare in prima squadra; tuttavia le belle parole sanno di gran presa in giro in quanto vanno a cozzare con la triste realtà che ha visto negli ultimi anni la squadra essere assemblata a casaccio con giocatori a parametro zero o trentenni svincolati ai quali però pagare un oneroso ingaggio, che poi grava pesantemente sul bilancio della società.

Elencare i giocatori immeritevoli di indossare la maglia del Milan sarebbe un esercizio noioso per il lettore e doloroso per chi scrive, tuttavia giova rimarcare che quando i soldi sono stati messi a disposizione si è acquistato un attaccante ventottenne riserva della Juventus (leggi Matri) per dodici milioni di euro! E l’ipocrisia della politica dei giovani sta nel fatto che negli ultimi anni l’unico giocatore che dalla primavera del Milan è giunto in prima squadra è De Sciglio, e prima di lui bisogna risalire addirittura a inizio anni Novanta con Albertini! E che dire dell’estate 2014 quando, per fare cassa, si è venduto per sei milioni di euro uno dei più promettenti giovani centrocampisti (Cristante) per poi prendere in prestito per un solo anno dal Chelsea un ectoplasma chiamato Van Ginkel?! Che qualcosa in società non vada si ravvisa anche tornando con la mente a un anno e mezzo fa, con la cacciata di Allegri e la panchina affidata a Seedorf il quale, con una squadra scarsa, fece nel girone di ritorno meno punti solo di Juventus e Roma, ma che, inopinatamente e senza dare motivazioni alcune ai tifosi, fu messo alla porta per far spazio all’inesperto, ma da tempo pupillo di Galliani, Pippo Inzaghi. Così quello che poteva essere un rinnovamento societario serio e moderno, si è capovolto in una restaurazione del “condor” Galliani, capace di fare mercato solo acquistando giocatori a parametro zero, o trentenni svincolati, oppure, come nell’ultima sessione di calciomercato, tessere trattative solo grazie ai suoi “buoni uffici” con gli altri Presidenti delle squadre di calcio, piuttosto che con influenti procuratori. Così non si costruisce nulla, non si programma nulla ma, nella fattispecie, si consegnano agli allenatori un qualcosa più simile ad un Frankenstein che ad una squadra di calcio.