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ANTEPRIMA/ Triage, nel film che porta nell’atrocità della guerra Danis Tanovic ci parla del perdono

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C’è poi il senso di colpa. Il rientro a casa di Mark non è un ritorno alla pace. Esso vive un conflitto, quello con se stesso, con i fantasmi che la guerra alimenta. Perché lui è un sopravvissuto e, come gli dice il Dottor Morales (Christopher Lee), “è molto complicato essere un sopravvissuto. Per andare avanti devi seppellire i morti”. Il che non significa solo materialmente riconoscere loro degne esequie, ma soprattutto trovare una chiave di redenzione, di purificazione. Tanovic ne esprime il concetto, forse esagerando, attraverso diverse immagini simboliche.

 

Solo per citarne alcune, i due fotogrammi in cui Mark assume la posizione di Gesù in croce. Che Tanovic voglia dirci che Mark si sta sacrificando per raccontarci la guerra? O forse vuole suggerirci che in fondo lui è davvero colpevole e che per salvarsi ha bisogno di purificarsi? Di qui il rapporto del fotografo con l’acqua, che fisicamente lo salva dalla morte e ne ripulisce le ferite.

 

C’è un altro personaggio, infine, che si inserisce sulla scia della salvezza: è la moglie di David, Diane (Kelly Reilly), madre non solo perché ha appena partorito, ma soprattutto perché, porgendo nelle braccia di Mark la bimba appena nata, con questo gesto gli offre l’occasione di “salvarsi” dalla sua colpa, di rinascere.

 

Il regista osa, addirittura, nel proporre una provocazione: anche i peggiori criminali di guerra hanno diritto all’assoluzione. Il che equivale a porre allo spettatore una domanda: quanto sei disposto a perdonare?


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