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DORIAN GRAY/ Parker mette in scena Oscar Wilde, ma il riadattamento del romanzo non convince

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Che sperando forse di agganciare un pubblico più giovane inserisce alcuni elementi di horror (la soffitta minacciosa, la voce del quadro nascosto in soffitta, i vermi che visualizzavano la corruzione morale di Dorian, il “mostro” che quasi esce dal quadro nella scena finale) e pasticcia con la trama del romanzo tentando di dare movimento alla seconda parte del racconto attraverso una frattura temporale (Dorian si allontana per 20 anni da Londra e quando torna naturalmente i cambiamenti sui volti degli altri sono macroscopici), ma ottiene solo l’effetto di sottolineare le deficienze interpretative del suo protagonista, incapace di portarsi sulle spalle il peso di un ruolo anche moralmente esigente.

Il tentativo di aggiornamento passa anche attraverso l’inserimento di un personaggio femminile “rivoluzionario” (la figlia suffragetta di Wotton, che guarda a caso s’innamora di Dorian, spingendo il padre a rinnegare l’antico discepolo) riesce fino a un certo punto, anche perché ha troppo poco spazio per coinvolgere lo spettatore.

La regia di Parker, piena di movimenti di camera, ma non sempre attenta a cogliere le psicologie dei personaggi, non fa che confermare un assunto fondamentale per gli adattamenti cinematografici: deve esserci una reale necessità per decidere di ri-raccontare la dolorosa parabola di Dorian Gray, evitando di ridursi ad un per altro loffio omaggio, nemmeno buono per una proiezione scolastica perché privo di una chiave di lettura forte che possa colpire lo spettatore di oggi.

 

(Luisa Cotta Ramosino)

 

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