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MOON/ Nel film di Duncan Jones una riflessione sull’uomo contemporaneo

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A fargli da spalla in questo one-man show troviamo la voce di Kevin Spacey, che anima il robot Gerty, efficace nel suo risultare al contempo apatica e simpatica (nel senso originario del termine, ovvero di sentire le stesse cose).

 

Altro aspetto interessante di “Moon” è che evidenzia, per l'ennesima volta, come il cinema di genere (che sia fantascienza, horror o commedia) abbia la capacità di analizzare la contemporaneità. Il clone Sam Bell (la cui vita dura tre anni, come la durata della sua missione) vive in un mondo in cui il presente è l'unica cosa certa, mentre il passato è ricostruito artificialmente e il futuro non è altro che un desiderio mai esaudito.

 

Se il continuo susseguirsi di cloni rappresenta la continuità dello scambio generazionale, “Moon” quindi, si rivela un'interessante riflessione sull'identità dell'uomo contemporaneo, la cui vita è intrappolata dal lavoro (il presente) e il cui futuro sembra così lontano da non esistere. Gli rimane come unica consolazione un passato fatto di un ricordo cerebrale, quindi idealizzato, ricostruito e non vissuto.

 

Costato appena 5 milioni di dollari, “Moon” è l'ennesimo esempio di come la distribuzione italiana sia poco coraggiosa nel portare nelle sale un film atipico. Non noioso, non fintamente autoriale né poco commerciale: solamente diverso e originale nel panorama del cinema fantascientifico. Forse volevano il divo di turno, forse volevano la spettacolarità degli effetti speciali, fatto sta che ci rammarica il fatto che a un film meritevole come “Moon” siano toccate solamente sette sale in tutta la penisola.

 

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