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DIECI INVERNI/ Il film di Mieli segna un nuovo punto di partenza per il cinema italiano

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“Un giorno incontriamo la persona giusta. Restiamo indifferenti perchè non l’abbiamo riconosciuta” (Natalia Ginzburg). Allora quanto tempo deve passare, quanto freddo deve intercorrere prima di capire che la persona che abbiamo davanti è quella giusta? Questa la domanda alla base del film Dieci Inverni.

 

Ad aprire la storia, l’immagine di un vaporetto che attraversa la laguna di Venezia immersa nella nebbia. È l’inverno del 1999 e a bordo ci sono i nostri protagonisti: Camilla, ottimamente interpretata da Isabella Ragonese (era l’impiegata del call center in Tutta la vita davanti di Virzì,) e Silvestro, alias Michele Riondino (tra gli interpreti del recente Fortapasc di Marco Risi).

 

Camilla porta con sé uno zaino colmo di libri dei grandi autori della letteratura russa, una curiosa lampada e tante aspirazioni. Silvestro, come lei, giunge a Venezia per studiare, anche se ancora non sa cosa, ha per le mani un’ingombrante pianta da caco e tanta voglia di divertirsi. Li seguiremo nel corso degli anni, attraverso piccoli sprazzi delle loro vite, affreschi della loro storia dal 1999 al 2009.

 

Il film racconta lo sbocciare del loro amore, attraverso l’amicizia, le incomprensioni, la paura; altri fidanzati, altre esperienze e dieci inverni, quanti ce ne vogliono per capire che, in fondo, sono fatti l’uno per l’altra. Dieci anni che segnano anche la loro maturazione, permettendo a entrambi di scoprire cosa vogliono fare da grandi, chi sono e cosa - o meglio chi - amano.

 

Il filmsegna l’esordio non solo della regia di Valerio Mieli, ma anche della produzione da parte del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, insieme a Rai Cinema e alla russa UFC. Nato come la prova di diploma del regista, e presto diventato un’ottima opera prima, Dieci inverni è una pellicola coraggiosa, ben diretta e ben scritta (la sceneggiatura di Isabella Aguilar e Davide Lantieri, con la supervisione di Federica Pontremoli e Andrei Selvanov, è stata finalista al Premio Solinas 2007), persino ricca di riferimenti letterari: dal Giardino dei ciliegi di Cechov a una citazione visiva, gli stagni Patriarshij di Mosca, ambientazione de Il Maestro e Margherita di Bulgakov.

 

Un film delicato, profondo, dolce e al tempo stesso molto malinconico. Sarà il freddo, che domina interamente le scene, sarà il connubio tra Mosca e Venezia, una Venezia insolita, dove piazza San Marco viene inquadrata solo una volta e per lo più si vedono i canali immersi nella nebbia, sarà la casetta fatiscente che fa da sfondo alle vicende, la terza protagonista di questa storia d’amore. Ma il freddo pungente che segna lo scorrere degli anni è riscaldato dai cuori dei due protagonisti, due giovani ragazzi che non hanno le idee chiare, che hanno paura di crescere, ma che sono ispirati da un affetto profondo e sincero.

 

Lungo i dieci inverni del film sono raccontate due generazioni: i teenager un po’ cresciuti che si affacciano agli studi universitari, e che poi diventano i giovani adulti dell’Ultimo bacio di Muccino, passando attraverso varie assonanze con i protagonisti de La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano (che presto diventerà un film).

 

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