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A CHRISTMAS CAROL/ Disney ci rimostra in 3-D lo Scrooge che è in ciascuno di noi

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Disney ama il celebre racconto natalizio di Charles Dickens, A Christmas Carol, a cui ha già dedicato una trasposizione animata con protagonista Topolino (riproposta ogni vigilia di Natale in tv): e in effetti, come si può non amare la fiaba dell’avaro Ebenezer Scrooge (da cui il nome dell’avido papero che noi italiani conosciamo come Zio Paperone) che, dopo aver ricevuto la visita dei tre Spiriti del Natale, cambia stile di vita e si apre all’amore e alla condivisione?

 

Il regista americano Robert Zemeckis re-interpreta il racconto con un inedito mix di fedeltà al testo originale e al suo linguaggio letterario e l’uso della tecnologia digitale, creando un film di forte impatto visivo in cui il protagonista attraversa spazio e tempo sulle ali della magia in 3-D. La tecnica della performance capture, inoltre, permette di catturare le espressioni facciali degli attori per applicarle ai personaggi virtuali, uno su tutti Scrooge, che ha la mimica straordinaria di Jim Carrey.

 

L’overture del film si imprime nella memoria grazie a un marcato tono gotico e una corsa aerea tra i fiocchi di neve alla scoperta della Londra ottocentesca di Dickens, addobbata per Natale; le note dark iniziali tornano prepotenti nella parte centrale del film, quando gli spiriti del Natale presente e futuro mostrano a Scrooge le conseguenze della sua avidità e aridità emotiva, con lo spettro della morte che incombe su di lui se non si affretta a cambiare stile di vita.

 

Una serpeggiante sensazione di angoscia corre sotto le scene dell’inseguimento dei funebri cavalli neri, inedita nei prodotti a marchio Disney: in effetti, questa pellicola si rivolge sì a un pubblico di famiglie, il classico pubblico natalizio, ma esclude i bambini più piccoli e opta per un tono meno comico e palesemente più cupo del solito.

 

Una scelta forse dovuta alla volontà di restare fedeli al racconto dickensiano, senza edulcorarne toni e contenuti, e di colpire direttamente l’immaginazione degli adulti, veri destinatari del messaggio dell’autore. In effetti non va dimenticato che, scrivendo un racconto dai toni fantastici, Dickens intendeva sostenere l'impegno nella lotta alla povertà e all’ignoranza, criticare i comodi quanto dannosi provvedimenti governativi e insieme stimolare una riflessione sul senso che la vita di ognuno di noi può assumere su questa terra.

 

Il rischio che, a tratti, il film corre è quello di raffreddare i cuori, bombardati dagli effetti speciali e dalle rocambolesche avventure volanti dei personaggi: in alcuni momenti si ha l’impressione che il regista si sia lasciato prendere la mano dal virtuosismo grafico, lasciando il compito di intenerire gli spettatori soltanto al subplot familiare dell’impiegato di Scrooge, il cui bambino più piccolo è destinato a morire se il vecchio avido non si decide ad aumentare lo stipendio al padre.

 

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COMMENTI
26/12/2009 - presa di coscienza in senso cristiano (lucia costacurta)

Il protagonista potrà anche non aver una presa di coscienza in senso cristiano, ma quello che conta è la fedeltà all'attrazione che prova per uno stile diverso di vita. E sono certa che è questa attrazione a muoverlo ... l'uomo non fa molti passi se è semplicemente in fuga, ma cammina perchè attratto da qualcosa. Il racconto di Natale non prosegue svelandoci cosa c'è dietro lo stile di vita che attrae il protagonista, ma di questo non mi scandalizzo. Non perchè non mi interessi, ma perchè rispetto l'autore nella libertà di non riconoscere cosa c'è dietro la bellezza. Il racconto sembra suggerire solo la fedeltà al desiderio di apertura all'altro quando questo desiderio fa capolino nella nostra vita ... bene, per me è già un grande insegnamento, essendo certa che l'apertura all'altro porta con sè quel grande desiderio di apertura all'Altro che ci costituisce. Aderire al mio umano, ai miei desideri, alla realtà di quello che sono è la prima obbedienza a Cristo, perchè Lui passa attraverso la mia umanità. La presa di coscienza cristiana poi è frutto di un incontro, di una educazione, di una storia a cui la libertà aderisce.

 
11/12/2009 - Sempre a proposito del Canto di Natale (Carla D'Agostino Ungaretti)

La signora Ilenia ha ragione nella sua replica ma non posso ugualmente non rimanere rattristata nel constatare per l'ennesima volta come, celebrando il Natale, il protestantesimo anglicano di cui Dickens era fedele, risenta - oggi come 200 anni fa - più del retaggio delle feste pagane come quella del solstizio d'inverno, che della nascita di Cristo. Infatti l'addobbo dell'abete ha origini pagane e anglosassoni, il pranzo di Natale serve più a riunire la famiglia (cosa lodevolissima, per carità, ma si può fare in qualunque occasione)che a ricordare in famiglia la nascita del Redentore. Ribadisco: poiché non credo alla possibilità di una morale staccata da Cristianesimo, mi domando che senso abbia "essere più buoni" in un Natale come quello di Dickens e di Zemeckis. Ma da parte del regista del film non mi meraviglia tanto, dato il clima che viviamo all'inizio del XXI secolo, ma mi dispiace riscoprirlo in Dickens che, dopotutto, era anche lui un cristiano. Uncle Scrooge mi sembra più coerente e simpatico all'inizio del film che alla fine.

 
10/12/2009 - La storia nel suo contesto (Ilenia Provenzi)

Come ogni opera, il Canto di Natale va contestualizzato nella sua epoca, quella vittoriana inglese, che ha “inventato” il Natale consumistico. La “conversione” di Scroooge va calata nell’etica protestante ed è conversione alla generosità, in un momento di profonde differenze sociali tra poveri e ricchi. Il Natale come momento di riunione familiare intorno a una tavola imbandita fa parte della tradizione anglo-americana, ed è questo il tipo di festa che fa da sfondo al racconto dickensiano: quello che è ancora attuale, il motivo per cui è importante ripresentare il Canto di Natale oggi, è l’idea – che emerge nel film al di là di tutto – guardare oltre la porta, entrare nella vita della gente e capire che il senso della vita umana, al di là delle singole fedi religiose, sta nell’apertura verso gli altri, emotiva ma anche concreta, non solo il giorno di Natale, ma sempre. Scrooge non cambia solo per la paura di restare solo, ma perchè finalmente vede ciò che non ha mai avuto voglia nè interesse a guardare. Un atteggiamento tipico dei ricchi dell'epoca... e anche della nostra.

 
09/12/2009 - Un canto di Natale pagano (Carla D'Agostino Ungaretti)

Il film è piacevole e divertente ma, se ben ricordo, al pari del racconto di Dickens che lessi in gioventù, del vero Natale non ha proprio niente, anzi è infarcito di cultura pagana. Di Gesù Bambino nemmeno l'ombra, invece gli "spiriti" di Natale sono ben presenti, l'ultimo a comparire, poi, sembra addirittura Giove seduto in trono. Che significa "Natale" in questo contesto? Dove sta scritto che bisogna essere per forza buoni in "questo" tipo di Natale? Tutto questo non è chiarito. Il mutamento finale di Zio Scrooge non è certo dovuto a una presa di coscienza in senso cristiano, ma solo al desiderio di non rimanere solo in una notte in cui tutti fanno baldoria. E' l'ennesimo film fuorviante e diseducativo per le giovani generazioni, quelle che si abitueranno a non vedere più il Crocifisso a scuola e a scambiare il vero Natale con la Festa della Neve per non offendere i compagni non cristiani. Mah...!