BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IL RICCIO/ Il film di Mona Achache che non tradisce Barbery e batte Nietzsche

Pubblicazione:

Il_RiccioR375.jpg

La pellicola amatoriale offre anche il pretesto per innovative scelte stilistiche: esteticamente ineccepibili le scene di animazione e volutamente inquietante il filtro del bicchiere per rendere il mondo/vasca degli adulti.

 

A rovinare in parte il pregevole tessuto del film sono alcuni appannaggi del libro. Fastidioso soprattutto l’elitarismo un po’ adolescenziale del riconoscersi tra anime affini, in un nietzscheano mondo di bruti e informi, dalle letture giuste.

 

Altro neo la polverosa rigidità classista di un mondo in cui è inaudita l’amicizia tra una portinaia e un ricco; un clima antico che sa di sociologia francese anni ‘70 e imbriglia i personaggi in schematismi poco realistici e soffocanti. Ci vorrebbe più autoironia per i nostri colti eroi, la stessa che si assaggia nella succosa scena del Confutatis mozartiano, trionfalmente trasmesso dal water di Kakuro.

 

Nel finale la cruenta realtà della morte entra nel mondo felpato dei tre protagonisti e lo squarcia. Un risveglio alla vita vera che fa perdere alla bambina ogni capriccio suicida e non manca di bellezza e lirismo. Nel film le ultime, toccanti parole di Paloma mettono l’accento sull’amore, non sull’illusione estetica dell’arte che salva tutto.

 

Sarà per questa differenza determinante che la Barbery ha voluto ribadire l’assoluta diversità tra il suo libro e il film? Certo il finale de Il riccio, a suo modo aperto, ci interroga su cosa mai persuada Paloma a non morire e ci fa lasciare la sala con l’antica e mai scontata domanda sul perché si debba vivere.

 

CLICCA IL PULSANTE >> QUI SOTTO PER VEDERE IL TRAILER DEL FILM IL RICCIO



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >