IL PIU’ GRANDE ITALIANO DI TUTTI I TEMPI/ Il varietà patriottico di Facchinetti e Martina Stella salvato da Fiorello
giovedì 21 gennaio 2010
C’è davvero di tutto nel format d’importazione Il più grande italiano di tutti i tempi. I toni entusiasti di Francesco Facchinetti e la severità acuminata di giudici come Sgarbi e Brass, i momenti corali di cultura nazionalpopoalre e i raffinati documentari del professor Aldi. Una commistione di toni, linguaggi, racconti che destabilizza, ma è in linea con la postmodernità in cui siamo immersi.
Dopo un’anteprima confusionaria, con lo scambio delle immagini dei grandi quasi fossero figurine nelle mani di bambini, uno sconfinato tricolore ci svela il maestoso studio e le inquadrature epiche che già furono di X Factor. Facchinetti, col suo piglio di gladiatore, ci sorprende con un intro esistenzialista: “Chi si ricorderà di noi fra cent’anni?” chiede in raccoglimento. “In confronto ai grandi della nostra storia siamo gocce d’acqua su un parabrezza”. Ma non c’è tempo di incupirsi, subito lo raggiunge una colorata Martina Stella, alla sua prima volta in tv.
Si apre così il circo del nuovo show di Raidue, format nato in Inghilterra per la BBC ed esportato con successo in America ed Europa, dove la Francia ha persino trasmesso la puntata finale in Senato. Da noi però non è l’orgoglio patriota ad andare in scena, ma un gusto per il varietà e l’intrattenimento portato al parossismo.
Il programma è ben strutturato. Una ricerca Eurisko ha identificato 50 personaggi che gli italiani ritengono degni di rappresentare la nostra patria. Una giuria e il televoto procedono all’elezione. La giuria, assortita con sapienza (spicca l’ironia di Sgarbi, Brass e Buttafuoco), elimina un primo personaggio all’interno di una triade di “grandi”, affidando al televoto la scelta del vincitore tra i due superstiti. Il contatto col pubblico è mantenuto anche da una postazione web e dalla mediazione di Radiodue. Una multimedialità che ci conferma il carattere postmoderno del programma.
Dopo aver ascoltato il parere di esperti, fans, cantanti e frati, si dà il via all’immancabile talk show, perché, si sa, è necessario che tutti dicano la loro. Apprezzabile l’umile coscienza del fatto che si sta giocando. In pochi si prendono sul serio e l’intrattenimento sfocia difficilmente in guerre “di principio” alla de Filippi.
La prima triade è incredibilmente disomogenea: Garibaldi, Puccini, Battisti. “È un’idiozia” commenta Sgarbi “con che criterio scegliete il più grande?”. Ma il pubblico non si scoraggia e, a sorpresa, elegge il più elitario Puccini.
Segue una godibile escalation che vede Pappalardo, Britti e D’Alessio avvicendarsi dietro alla maschera di Battisti, cantando i suoi successi. Un momento di spettacolo che si chiude alla Carramba che sorpresa con la riunione famigliare dei Facchinetti e il padre Pooh che canta Non è Francesco.
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Sgarbi ci assicura colpi di scena e legge in diretta dal suo cellulare messaggi di indignazione per i metodi poco ortodossi del programma. Capitale la scelta di un eliminando tra Giovanni XXIII, San Francesco e Padre Pio: l’indignato Vittorio tenta di astenersi dichiarando la sua indegnità, il malandrino Tinto Brass ricorda una sberla di Giovanni XXIII.
Segue l’eliminazione di Padre Pio e una lezione del novello teologo Sgarbi sulla differenza fra anima e spirito. Se ancora avessimo avuto dei dubbi, l’assurdità della situazione ci conferma che la scelta della giuria è un colpo ben assestato.
A montare la tensione, l’attesa enfatica e “messianica” del salvatore della patria Fiorello, invitato in studio niente di meno che dalle pagine del Corriere della Sera. Un’attesa ripagata largamente dall’irresistibile Rosario nazionale che, con deliziosa ironia, fa strage di quel poco di retorica rimasta.
Dal pubblico l’esperto ci dice che questo è uno spettacolo disseminato di citazioni pirandelliane. Non ne siamo così convinti ma sicuramente Il più grande italiano di tutti i tempi ha lo schizofrenico eclettismo di “Uno, nessuno, centomila”. Impossibile non rimanere sconcertati di fronte alla leggerezza con cui si passa da Pappalardo al Cantico delle creature, dal talk shaw urlacchiato alla grazia delle melodie pucciniane.
Ma questa rapidità che non conosce riflessione e rispetto non ci deve scandalizzare, è solo il linguaggio di un’era che Baricco chiama “barbarica”. Un’era in cui ciascuno di noi deve trovare il suo posto.
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...e allora che facciamo? Ci rassegnamo?
Non credo dovremmo rassegnarci, sig. Candiani. Soltanto, qualsiasi proposta alternativa dovrà tener conto di questa frenetica sovrapposizione di linguaggi o sarà un urlo nel deserto. La vera barbarie televisiva é quella dei sentimenti esibiti e del buonismo melenso. Ma ieri, su Raidue, i patti erano chiari: poca ideologia, pochi sentimenti, poca cultura. Non ne siamo certo usciti migliori ma nemmeno ubriachi di quei falsi valori che la televisione spesso ci propina. “Il più grande italiano” é rimasto nei confini del gioco, e questo depone a suo favore. Trovo poi che quest’età barbara sia una grande sfida, come già lo fu in passato. (Eleonora Recalcati).