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CLOSE TO HOME/ Il legal drama "femminile" in cui l'assassino ti siede accanto

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Come già in Casalinghe Disperate, il marcio si nasconde dietro una superficie scintillante. Eppure, alla fine di ogni episodio, ci si sente rassicurati: se i delitti mettono in crisi l’equilibrio della comunità, infatti, i rappresentanti della giustizia designati a riportare l’ordine sono persone che tutti vorremmo nella nostra città.


Annabeth e i suoi colleghi sono animati da un profondo senso etico e, soprattutto, da una grande sensibilità umana, che li porta a empatizzare con i parenti delle vittime e le persone da interrogare. Annabeth è l’avvocato ideale: determinata, dedita al lavoro ma profondamente intuitiva e sensibile, capace di mettersi in sintonia soprattutto con donne e bambini.


Lei stessa, infatti, affronta una tragedia personale: perde il marito alla fine della prima stagione in un incidente, restando sola con una bambina di pochi mesi. Come concilia il lavoro, la figlia, l’elaborazione del lutto e i nuovi incontri una donna rimasta sola e sempre così impegnata?


In realtà, la seconda stagione non risponde davvero a questa domanda, lasciandoci sempre un po’ insoddisfatti: la vita privata di Annabeth, che nei vecchi episodi era strettamente intrecciata con la vita professionale, proponendosi come uno dei cardini della serie, ora si riduce a qualche telefonata alla babysitter o all’asilo e a pochi momenti casalinghi.


Il fuoco, infatti, sembra essersi spostato sulla Procura, lasciando sullo sfondo le vicende familiari e perdendo così, in parte, la sua originalità. Resta comunque forte il legame personale che spesso lega i protagonisti alle vittime, e che ci permette di vederli coinvolti emotivamente in prima persona: in un episodio, Annabeth si trova a lavorare su un caso che la porta a rivivere la morte del marito e il conseguente processo, rischiando di compromettere la sua obiettività.


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