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OZ/ Nel carcere di una fiction dove non c'è margine di redenzione

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Credi di essere morto e di essere all’Inferno. Invece sei vivo e sei in Paradiso. Sei nel braccio C di Oz, Oswald State Penitantiary, e non c’è via d’uscita. Anche se vogliono farti credere il contrario.

 

Tim McManus, soprannominato dai detenuti “il Redentore”, ha creato appositamente questa sezione nel carcere di Oz con l’obiettivo di riabilitare i carcerati ed educarli alla vita che li aspetterà fuori dalle sbarre. Celle di plexiglas, rigorosa disciplina, lezioni, mansioni nelle varie officine del carcere. I poliziotti non lasciano mai soli i loro uomini, che prima di tutto devono imparare a sopravvivere. Si, perché a discapito del nome, in Paradiso non abitano dei Santi ma dei criminali che di immacolato non hanno più niente.

 

Esiste davvero la possibilità di cambiamento? È davvero possibile modificare l’attitudine al male di una persona insegnandogli la disciplina? Soprattutto, che differenza c’è tra un omicidio violento e la morte “concessa” a un tuo compagno di carcere che te la chiede espressamente?

 

Quando Dino, il carcerato italiano che è al centro della prima puntata, soffoca Fernandez, malato terminale di Aids, il suo atto sembra quasi un’azione redentrice. O forse no, visto che lui stesso, proprio per questo, verrà picchiato a sangue e sedato dalle guardie, ma morirà bruciato vivo da un suo rivale – con la complicità di un secondino.

 

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